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Comunicazione artificiale Comunicazione empatica

La comunicazione artificiale evidenzia  una capacità di rendere più flessibili, e dunque meno influenti, le variabili di spazio e tempo nel processo di apprendimento. Gli Utenti  possono accedere ai materiali di apprendimento in qualsiasi momento e luogo, senza circoscriverli all’aula fisica o agli orari scolastici tradizionali; possono lavorare su progetti con coetanei da tutto il mondo, sviluppando competenze interculturali e una comprensione più ampia delle diverse prospettive; possono ricevere risposte immediate e personalizzate alle loro domande, riducendo così il tempo di attesa per il feedback e aumentando l’efficienza dell’apprendimento.

La comunicazione intesa come dialogicità  è anche empatia, intelligenza emotiva, come coniugarla  con l’Intelligenza virtuale?

La ricerca svolta  pone in   evidenza come   la  diffusione delle nuove tecnologie ha determinato il cambiamento di molte dinamiche sociali e comportamentali sia in rete che al di fuori, provocando di conseguenza anche l’insorgere di nuove abitudini interrelazionali.

Partendo dal presupposto che l’empatia è quel comportamento umano spiegato dai neuro scienziati cognitivi come un costrutto sfaccettato utilizzato per spiegare la capacità di condividere e comprendere i pensieri e i sentimenti degli altri, le basi neurologiche che hanno portato a tale definizione risalgono alla scoperta dei neuroni specchio e allo studio del sistema di azioni e percezioni risultante dai processi di imitazione che favoriva comportamenti empatici.

L’empatia è quindi un’importante competenza emotiva grazie alla quale è possibile entrare più facilmente in sintonia con la persona con cui si sta interagendo. Rappresenta un’abilità sociale di fondamentale importanza, nonché uno degli strumenti basilari per una comunicazione interpersonale efficace e gratificante.

 Quanto  le nuove dinamiche sociali, influenzate dalle nuove tecnologie, concepiscono e adoperano comportamenti empatici.

Ricerche avanzate trattano  il concetto di Digital Empathy; tale concetto  affonda le sue radici proprio nell’empatia, basandosi sui principi cardine che la definiscono (compassione, cognizione, immedesimazione, emozione) per comprendere se, quanto e come le nuove dinamiche sociali, influenzate dalle nuove tecnologie, concepiscano e adoperino comportamenti empatici.

Nel 2016, gli studiosi Christopher Terry e Jeff Cain, nella loro ricerca “Il problema emergente della Digital Empathy” (The Emerging Issue of Digital Empathy) hanno constatato che le conversazioni digitali minacciano un’appropriata espressione dell’empatia, principalmente in quanto risultato di una disinibizione psicologica (Disinhibition Effect), termine adoperato proprio per spiegare le diverse ragioni che sono alla base dell’incremento della probabilità di riduzione dell’empatia nelle comunicazioni online (tra cui possibilità di anonimato, dissociazione dal sé nella realtà offline, identità alternativa, ecc.). È stato dimostrato che lo spostamento dalle comunicazioni faccia a faccia abbia causato un declino nelle capacità socio-emotive dei giovani e che le “generazioni cresciute con la tecnologia” starebbero diventando meno empatiche.

Terry e Cain proseguono definendo la Digital Empathy come l’insieme di caratteristiche empatiche tradizionali quali preoccupazione e cura per gli altri espresse attraverso la comunicazione mediata dai computer.

La Digital Empathy esplora quindi proprio l’impatto di queste comunicazioni alterate e dei “nuovi” comportamenti sociali.

Negli ultimi anni sono stati adoperati diversi termini per definire le diverse nature delle nuove abilità assunte da nativi e immigrati digitali come: Digital literacy o ICT literacy, vale a dire l’alfabetizzazione digitale automatica che rende giovani e giovanissimi in grado di saper utilizzare le tecnologie sia dal punto di vista strumentale che strategico, essendo dentro la mentalità della tecnologia stessa e ragionando in virtù di essa;Media literacy, cioè le modalità di comunicazione e di espressione personale in rete attraverso i diversi linguaggi adoperabili online. Questa dimensione è incentrata sul comprendere i diversi linguaggi dei media e l’abilità di comunicare in una varietà di contesti in maniera pensata e consapevole.

Studi in materia di Media Literacy hanno evidenziato che, attraverso i media digitali, la Digital Empathy:esplora l’abilità di analizzare e valutare lo stato interiore dell’altro (accuratezza empatica); ha un senso di identità e di agentività (empatia del sé); riconosce, comprende e predice i pensieri e le emozioni degli altri (empatia cognitiva)sente ciò che sentono gli altri (empatia affettiva);concepisce il “gioco di ruolo” (empatia immaginativa);è compassionevole verso gli altri (preoccupazione empatica).

Secondo il DQ Global Standard Report 2019 del DQ Institute, per la costruzione di competenze digitali veloci, scalabili e sostenibili, la Digital Empathy rientra appieno tra le 8 aree della Digital Intelligence, cioè la somma delle competenze tecniche, mentali e sociali essenziali per la Digital Life. Il DQ Institute definisce inoltre gli aspetti fondamentali a cui la Digital Empathy mira sulla base di 3 livelli: Conoscenza – Gli individui comprendono come le loro interazioni online potrebbero influire sui sentimenti altrui e riconoscono quanto gli altri potrebbero essere influenzati dalle loro interazioni online (si pensi ai commenti dei cosiddetti “trolls” o “haters”);Skills – Gli individui, attraverso interazioni online sincrone e asincrone, sviluppano capacità socio-emotive diventando più sensibili, tenendo conto delle prospettive e delle emozioni altrui e fornendo risposte adeguate al contesto e alle dinamiche. Attitudini e valori Gli individui dimostrano consapevolezza e compassione verso i sentimenti, i bisogni e le preoccupazioni degli altri online.

L’empatia dunque, rappresenta una capacità comportamentale estremamente importante non solo per la vita sociale degli individui, ma anche per una corretta e serena convivenza in rete, dove il dilagare di dinamiche interpersonali scorrette (cyberbullismo, appropriazione di identità, violazione di copyright, ecc.) è all’ordine del giorno.

Da uno studio di Yonty Friesem del 2018 sulla capacità del video-making di migliorare le abilità sociali, emotive e cognitive delle persone, si può notare che la pratica favorirebbe:la validazione della credibilità delle fonti; la comprensione della prospettiva degli autori; la collaborazione e il compromesso; il monitoraggio sia del proprio lavoro sia di quello dei propri pari;il supporto dei bisogni della community.

Questi scenari da un lato si basano  su concetti “familiari”, dall’altro evidenziano un risvolto della medaglia sul quale non si era posta adeguata attenzione. 

Una riflessione si pone preponderante: la propensione al prossimo è anche propensione verso noi stessi: se si è i primi a tenere comportamenti scorretti o superficiali verso gli altri e il loro operato, a prescindere dal  luogo fisico o virtuale, così come dallo scopo, si sta contribuendo in prima linea a determinare un percorso che fa della “libertà in rete” fornitaci dalle nuove tecnologie un’arma di distruzione che abbatte i principi del rispetto e della comprensione reciproca.

La capacità di distinguere tra una simulazione di empatia e la vera empatia rimane comunque un elemento  cruciale per il futuro delle interazioni umane con le macchine. Se noi non riusciremo a fare questa distinzione, rischiamo di attribuire emozioni e coscienza a entità che sono semplicemente programmati per rispondere in modo convincente. Questo può portare a problemi di fiducia e dipendenza emotiva verso le macchine, alterando il modo in cui ci relazioniamo con gli altri esseri umani ed anche il nostro potenziale di autorealizzazione.

La felicità eudaimonica di Aristotele, che si concentra sulla realizzazione del potenziale umano attraverso la virtù e la razionalità, è un concetto che può sicuramente  trovare nuove sfaccettature nell’era dell’Intelligenza Artificiale ma l’educazione dovrebbe incoraggiarne l’uso come estensione delle capacità umane non come sostituto

 La felicità eudaimonica è  un pensiero che merita in questo contesto di ricerca una adeguata riflessione.

Per Aristotele. la felicità è un atto” non è uno stato d’animo o una virtù! Nella sua indagine sulle cose non immutabili  Aristotele fa intervenire nella sua definizione della felicità l’accezione tradizionale di aretè in quanto eccellenza, perfezione o virtù. La felicità è qui una aretè extra-morale che ci prepara al successo delle azioni intraprese. essa deriva dalla capacità virtuosa di non lasciare sfuggire la nostra felicità. Non è tuttavia essa stessa la felicità, ma è una “disposizione” acquisita che permette di realizzare o conseguire la felicità. Questo spiega il perpetuo sentimento di insoddisfazione che ci accompagna nei momenti felici: siamo felici nella speranza della ripetizione (casuale) di questi momenti. La felicità è più di uno stato d’animo. non possiamo essere felici solo nel pensiero! IL tempo della felicità è un atto che unisce anima e corpo. mente e vita. Il pensiero della felicità. separato dalle azioni umane esterne. è solo un’ombra del sé felice. Pensare alla felicità non è sufficiente per renderei felici. è l’azione che ci permette di cogliere il tempo propizio della felicità. Questi atti di ricerca della felicità sono spesso accompagnati dal sentimento che siano transitori. passeggeri. intrisi di una fragilità che non fa che accrescere la loro qualità di momenti preziosi, privilegiati, rari. Gli ingredienti biologici della felicità umana dell’ordine anatomo-fisiologico non sono beni sufficienti per renderci completamente felici. La soddisfazione dei bisogni di denaro. salute. alloggio partecipa all’edificazione della felicità umana. ma ciò  avviene a livello di base nell’ordine della felicità umana. La felicità completa richiede un Livello superiore dell’ Essere per realizzarsi pienamente. O come dice il detto popolare. Il denaro o la salute partecipano alla felicità. ma non fanno la felicità. Aristotele riconosce la natura effimera della felicità nella condizione umana e designa la felicità come aspetto riflessivo (il lato più sottile di quanto percepito .sentito del nostro vissuto) del nostro stato d’animo

Chi cerca una vita felice solo attraverso  interessi  materiali amputa necessariamente la sua felicità (di cui purtroppo fatica a prendere piena consapevolezza). Il tempo della felicità del corpo. per quanto sofisticato nelle forme offerte dalla società dei consumi. è di un ordine inferiore (P Rodrlgo.Chapitre,ivi) rispetto al tempo della contemplazione della felicità. La qualità dello stato d’animo dell’uomo completamente felice è,dice Aristotele, di non nutrirsi solo delle ambizioni di mortale. È più giusto al contrario comportarsi da immortale per essere completamente felice:la felicità completa ci è data dalla contemplazione di ciò che c’è in noi di più alto Di conseguenza. ‘eccellenza della felicità è quella di mirare a un ordine superiore ai piaceri del corpo per raggiungere per un tempo un piacere stabile. durevole e costante che si vive nell’attività noetica.

La maggior parte degli uomini si limita invece a una ricerca materialistica della felicità.

Il piacere viene oggi trasformato in una gamma infinita di prodotti e servizi da consumare che esprimono si gusti personali. ma soprattutto le preferenze della maggioranza. La felicità non è il benessere. Chi vive per e attraverso il consumo (di automobili. viaggi. Gioielli  ecc.} può avere una tranquillità psicologica. ma a condizione che non smetta di consumare. La nozione di benessere corrisponde a uno stato mentale relativo ad un individuo che è momentaneamente sazio di beni. In risposta all’incompletezza del sé. Il consumo offre un rifugio. un tempo per sé in una soddisfazione compensatoria che maschera i nostri malesseri esistenziali.

Soltanto la ricerca della felicità eudaimonica  legata all’autorealizzazione, alla riflessione critica e alla ricerca di significato, ad un processo di crescita  e sviluppo del proprio sé attraverso l’esercizio delle virtù e l’uso della ragione .anche in un mondo sempre più tecnologico, può determinare  una felicità durevole La ricerca della felicità eudaimonica richiede un’autenticità interiore, una consapevolezza di sé e un impegno a trovare un significato profondo nella propria vita, al di là delle gratificazioni immediate.

Dunque  l’autorealizzazione richiede equilibrio,, capacità di vivere in accordo con le nostre virtù.

L’Intelligenza Artificiale può essere un alleato nella nostra ricerca di significato e realizzazione a patto che continuiamo  ad  usare la ragione e  trovare un significato profondo nella nostra esistenza

e che si elevino gli standard di conoscenza, di sensibilizzazione e di intervento propriamente educativo – pedagogico nei confronti di tutti i fruitori di algoritmi

Se, sul piano istituzionale e politico, vi sono state drammatiche mancanze in merito a tempestive iniziative volte a fornire servizi educativi che non siano unicamente finalizzati all’apprendimento delle modalità di utilizzo di determinati strumenti informatici, ma altresì alle metodologie che consentono un approccio critico alle medesime il problema è quello dell’illusione informativa, poiché il destinatario è considerato più un interlocutore che va catturato, piuttosto che informato. In questo scenario, la valenza persuasiva gioca un ruolo di primo piano.

La sua presenza silenziosa inficia la comunicazione di informazioni su tematiche complesse e dal forte impatto sulla vita del destinatario dell’informazione.

Comunicare questioni tecniche al pubblico non significa usare un linguaggio difficile, ma evitare un linguaggio finto facile che fa uso di parole semplici o meglio semplificate, ma che a causa dell’eccesso di uso hanno perso il loro potere informativo. Per permettere al destinatario dell’informazione di riuscire a formulare un suo pensiero su questioni che incidono sulla sua vita, ma che sono caratterizzate da un alto grado di tecnicismo, non è al “parlare facile” nel senso banalizzante che bisogna fare riferimento. Bisogna perseguire la via della chiarezza che illumina, che non è ingannevole né compiacente, né sbrigativa o semplificante

 Quello proposto è certamente un obiettivo ambizioso, ma che, tutto considerato, vale la pena di provare a perseguire, nei limiti del possibile, se vogliamo essere individui che fanno la loro parte nel momento storico in cui vivono e con ciò incidere sulle condizioni in cui vivranno le generazioni future. Per perseguire la trasparenza e la chiarezza discorsiva occorre riflettere sui concetti usati nella narrazione dell’IA

La differenza cruciale rispetto alle tecnologie precedenti sta nella capacità dell’IA di adattarsi e rispondere al contesto. Una calcolatrice, per esempio, esegue solo operazioni fisse. Una macchina dotata di IA, invece, può osservare l’ambiente circostante, analizzarne le caratteristiche, interpretare le situazioni e prendere decisioni di conseguenza, proprio come farebbe un essere umano.

Questa intelligenza contestuale, questa abilità di “leggere la realtà” e agire di conseguenza, è ciò che rende l’IA fondamentalmente diversa da qualsiasi tecnologia che l’ha preceduta

Uno dei motivi principali per cui l’intelligenza artificiale è oggi al centro dell’ ‘attenzione globale è l’incredibile evoluzione dei modelli linguistici di grandi dimensioni, noti in inglese come Large Language Models (LLM). A differenza dei vecchi sistemi, che rispondevano a comandi precisi e limitati, i modelli linguistici moderni sono in grado di comprendere il contesto e generare risposte articolate e pertinenti, anche in conversazioni complesse. Come abbiamo avuto modo di analizzare

L’intelligenza artificiale generativa è una delle evoluzioni più radicali dell’intelligenza artificiale moderna. È un’IA progettata non solo per analizzare e classificare i dati, ma per crearli. Parliamo di sistemi che non si limitano a identificare un volto o a tradurre un testo: generano nuovi contenuti, a partire da un input umano, in modo autonomo e in tempo reale.

Possono scrivere un saggio, disegnare un paesaggio, comporre un brano musicale o progettare una pagina web. E non è solo questione di efficienza, ma di capacità espressiva e adattabilità linguistica.

I modelli generativi, come GPT, DALL·E o Stable Diffusion, vengono esposti a miliardi di esempi (frasi, immagini, codici, dialoghi) e apprendono statisticamente come continuare o costruire contenuti coerenti. Non comprendono nel senso umano del termine, ma riconoscono relazioni complesse nei dati e le usano per generare nuove sequenze.

 Per questo si parla sempre più spesso di co-creazione uomo-macchina: una nuova forma di collaborazione in cui l’umano mantiene il controllo, la visione, l’intento, e la macchina agisce come moltiplicatore delle sue capacità.

In questo contesto, la nuova competenza fondamentale non è solo sapere fare, ma sapere chiedere in modo strategico, creativo, preciso. Per questo è nato il concetto di prompt engineering, o progettazione dell’interazione con l’IA.

Il futuro sarà probabilmente dominato dall’alleanza tra persone che sanno creare, e sistemi che sanno generare.

Chi saprà usare bene questi strumenti potrà esprimersi in modi più ricchi, più rapidi e più sofisticati. E forse, in questo dialogo inedito tra l’intelligenza naturale e quella artificiale, nasceranno forme di cultura completamente nuove.

Un’IA generativa può scrivere migliaia di articoli falsi, creare video falsi (deepfake), simulare conversazioni, diffondere propaganda in modo sistematico. Questo può essere usato per  manipolare l’opinione pubblica, interferire con elezioni, creare panico, minare la fiducia nelle istituzioni e nella verità.

Se non governata, l’intelligenza artificiale può diventare uno strumento di amplificazione della menzogna

Governare l’intelligenza artificiale non significa soffocarla con regolamenti, ma orientarla verso finalità umane, etiche e sostenibili. In Europa, ad esempio, si sta sviluppando un quadro normativo (AI Act) che cerca di bilanciare innovazione e tutela dei diritti fondamentali. Si parla di responsabilità, trasparenza, tracciabilità, equità.

Ma le leggi da sole non bastano. Serve educazione diffusa, formazione trasversale, alfabetizzazione digitale per tutti. Un cittadino che usa un assistente virtuale o legge una notizia generata da IA deve sapere come funziona, cosa aspettarsi, quali limiti considerare.

La governance dell’IA deve coinvolgere governi e aziende, ma anche ricercatori, filosofi, ingegneri, giornalisti, artisti, docenti, cittadini.

È una sfida che riguarda ogni settore della società. In questo senso, l’intelligenza artificiale è uno specchio della nostra civiltà

Recentemente si è sviluppata un’area dell’intelligenza artificiale Il Natural Language Processing, spesso abbreviato in NLP, che si occupa di studiare e sviluppare tecnologie in grado di capire, analizzare e generare il linguaggio umano.

Questo significa insegnare ai computer a lavorare con parole, frasi e testi scritti o parlati, in modo simile a come lo fanno le persone.

Quando navighiamo su un motore di ricerca, chiediamo qualcosa a un assistente vocale, traduciamo un testo online o riceviamo un suggerimento di completamento automatico mentre scriviamo, c’è sempre un sistema di NLP che lavora dietro le quinte.

Il linguaggio è la forma più naturale con cui gli esseri umani comunicano, ma per una macchina è anche una delle forme più difficili da interpretare, perché è ricco di sfumature, ambiguità, emozioni e contesti impliciti.

Il NLP cerca quindi di colmare il divario tra linguaggio umano e linguaggio delle macchine.

Lo fa trasformando le parole in qualcosa che un computer possa elaborare, come numeri o strutture logiche, e poi restituisce una risposta che sia coerente e utile per l’utente.

Questo processo è fondamentale per rendere l’interazione con i dispositivi digitali più semplice, diretta e naturale, anche per chi non ha competenze tecniche.

In un mondo sempre più connesso e digitale, il NLP sta diventando una tecnologia chiave. Permette di automatizzare attività che richiedono comprensione linguistica, come l’analisi di documenti, la generazione di testi, il supporto clienti, la sintesi di contenuti, e molto altro.

Per questo motivo, è oggi uno degli ambiti più attivi e strategici nel campo dell’intelligenza artificiale

Grazie alla capacità di questi modelli linguistici avanzati di generare contenuti, rispondere a domande e raccogliere informazioni in tempo reale, siamo oggi in grado di ottenere risultati che solo pochi anni fa sembravano impensabili.

Inoltre, abbiamo visto come l’IA possa supportare la formazione e l’apprendimento, adattandosi alle nostre necessità e aiutandoci a scoprire nuovi modi di affrontare le sfide.

Ma l’IA, sebbene potente, non è infallibile. Non è solo una questione di “magia digitale” ma di come noi decidiamo di usarla.

Un uso consapevole e strategico di ChatGPT e Perplexity ci permette di ottimizzare il nostro tempo e le nostre risorse, ma è essenziale ricordare che l’intelligenza umana resta il motore principale dietro ogni successo.

Prof Maria Conserva

Yonty Friesem (2016), Empathy for the digital age, Columbia College Chicago

Midoro, V. (2015). La scuola ai tempi del digitale. Istruzioni per costruire una scuola nuova. Milano: Franco Angeli

Christopher Terry e Jeff Cain (2016), The Emerging Issue of Digital Empathy, University of Kentucky College of Pharmacy DQ Institure, “Global Standard Report 2019”

Aristotele Etica Nicomachea. 1095 a 19)

P Rodrlgo.Chapitre IL .L’ordre du bonheur. In Aristate. Unephilosophie pratique. Parigi.Vrin,2006

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