Un Mezzogiorno che arretra: settant’anni di divari cumulati
Dal secondo dopoguerra ad oggi, il Mezzogiorno ha attraversato una parabola economica e demografica che non ha eguali in Europa occidentale. Secondo le ricostruzioni storiche di Banca d’Italia, nel 1951 il PIL pro capite del Mezzogiorno era pari a circa il 60% di quello del Centro‑Nord¹. Tra gli anni ’60 e la metà degli anni ’70, grazie alla crescita industriale, agli investimenti pubblici e alle migrazioni interne, il Sud ha conosciuto una fase di parziale convergenza, raggiungendo un rapporto intorno al 70% nel 1973².
Dagli anni ’80 in poi, però, questo processo si è fermato. La convergenza si è trasformata in stagnazione e, in alcuni periodi, in divergenza. Oggi il PIL pro capite delle cinque regioni meridionali considerate (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) si colloca ancora intorno al 55–60% del Centro‑Nord³. In altre parole: il Sud non è rimasto fermo, ma non ha mai completato il percorso di convergenza. UNA PRIMA DETERMINANTE RISPOSTA: il divario enorme del PIL nel 2025
Il Macroregione Nord con 10 milioni di abitanti in più del Sud produce un PIL di 1.160 miliardi di euro indotto da 240 miliardi di spesa pubblica;
La Macroregione Centro, con 2 milioni di abitanti in meno rispetto al Sud, realizza un PIL di 455 miliardi di euro indotto da 190 miliardi di spesa pubblica.
La Macroregione Sud, con 16,6 milioni di abitanti produce un PIL di 395 miliardi indotto da una spesa pubblica di 205 miliardi di euro.
Questo è il punto di rottura della nostra analisi: il centro produce 60 miliardi in più di noi con meno risorse umane. Questo dimostra che il nostro problema non è la mancanza di braccia o di cervelli, ma un deficit di infrastrutture e di organizzazione macroregionale.”
Il Prodotto Interno Lordo (PIL): i valori nominali indicati (1.160 miliardi per il Nord, 455 per il Centro e 395 per il Sud) riflettono fedelmente un PIL nazionale che si attesta poco sopra i 2.000 miliardi di euro. Considerazioni ….
Nord (57,7% del totale): le regioni settentrionali generano costantemente più della metà della ricchezza nazionale.
Sud (19,7% del totale): nonostante rappresenti circa un terzo della popolazione la quota di PIL prodotta è effettivamente intorno al 20%, confermando il “divario enorme” tra nord e sud italiano.
2. La demografia come specchio del declino
Se l’economia racconta una convergenza incompiuta, la demografia racconta un declino compiuto. Nel 1964 l’Italia registrò 1.016.000 nascite. Nel 2025 le nascite sono scese a circa 325.000, il minimo storico dall’Unità d’Italia⁴.
Il Mezzogiorno è l’area più colpita. Campania: da oltre 110.000 nascite annue negli anni ’70 a meno di 50.000 oggi; Puglia: da circa 70.000 a meno di 30.000; Sicilia: da circa 90.000 a poco più di 30.000; Calabria: da circa 35.000 a poco più di 10.000; Basilicata: da circa 12.000 a poco più di 3.500⁵.
L’indice di vecchiaia supera 200 in molte province meridionali: due anziani per ogni giovane. La popolazione complessiva del Sud, pur non crollando in termini assoluti, invecchia, si rarefa, si impoverisce di giovani.
3. La diaspora giovanile: una emigrazione strutturale
Dal 2002 al 2024 il Mezzogiorno ha perso oltre 2 milioni di giovani under 35, tra migrazioni interne verso il Centro‑Nord e migrazioni estere⁶.
Ogni anno: decine di migliaia di giovani lasciano le regioni meridionali, una quota significativa di laureati si trasferisce stabilmente altrove e il tasso di sostituzione generazionale scende sotto la soglia di equilibrio. Questa diaspora non è solo un fenomeno sociale: è una perdita di capitale umano, di competenze, di energia creativa. Il Sud esporta giovani, ma importa rassegnazione.
4. Regionalismo: un modello nato nel 1948, attuato nel 1970, in crisi nel XXI secolo
La Costituzione del 1948 istituì le Regioni, ma esse divennero operative solo nel 1970, con le prime elezioni regionali. Le Regioni ordinarie nascono con tre obiettivi: avvicinare le istituzioni ai cittadini, ridurre gli squilibri territoriali e favorire uno sviluppo locale più equilibrato
Dopo oltre cinquant’anni, è doveroso chiedersi se questi obiettivi siano stati raggiunti nel Mezzogiorno. I dati suggeriscono una risposta problematica.
4.1. Troppa amministrazione, poca politica
Le Regioni meridionali hanno spesso privilegiato la gestione dell’esistente rispetto alla costruzione del futuro. Sono cresciuti apparati burocratici, enti, agenzie, procedure. È diminuita la capacità di elaborare una strategia di lungo periodo.
La responsabilità non appartiene solo ai partiti. Le classi dirigenti regionali sono espressione della società civile, delle professioni, delle università, dell’impresa, delle organizzazioni sociali. Quando questi mondi rinunciano a selezionare il merito e la competenza, anche la politica perde qualità e autorevolezza. Il risultato è un Mezzogiorno che discute quasi esclusivamente di fondi da spendere, senza interrogarsi seriamente sul modello di sviluppo da costruire e sugli investimenti generativi di PIL.
5. La frammentazione istituzionale: cinque Regioni, una sola area in crisi
Il Mezzogiorno è oggi suddiviso in otto Regioni: Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia. Questa frammentazione istituzionale si traduce in: politiche spesso divergenti, strategie talvolta concorrenti, incapacità di coordinare infrastrutture, porti, energia, ricerca e debolezza negoziale nei confronti del Governo centrale e dell’Unione europea
Il Sud è la più grande area europea priva di una governance macroregionale.
6. Le Macroregioni europee: un modello già sperimentato
Dal 2009 al 2015 l’Unione europea ha promosso quattro Macroregioni: Mar Baltico (2009), Danubio (2010), Adriatico‑Ionio (2014), Alpi (2015)⁷
Le Macroregioni: superano i confini amministrativi tradizionali, coordinano politiche comuni su energia, trasporti, ambiente, innovazione, integrano fondi europei in strategie territoriali condivise, dialogano direttamente con la Commissione europea
Il Sud Italia, pur essendo la più grande area mediterranea dell’UE, non dispone di una Macroregione che ne rappresenti unitariamente interessi, potenzialità, progetti.
7. Perché serve una Macroregione del Mezzogiorno
7.1. Ragioni storiche
Il Mezzogiorno è già stato, nella storia, una Macroregione: il Regno di Federico II, il Regno di Napoli, il Regno delle Due Sicilie. Grandi entità politiche, economiche e culturali che integravano sufficientemente territori oggi frammentati.
7.2. Ragioni geopolitiche
Il Mezzogiorno è: piattaforma naturale dell’Europa verso Mediterraneo e Africa, snodo energetico (sole, vento, gas, potenziale idrogeno), area strategica per la sicurezza alimentare e idrica, crocevia dei corridoi logistici globali essendo tra Suez e Gibilterra.
7.3. Ragioni economiche
Una Macroregione del Mezzogiorno permetterebbe di programmare insieme: infrastrutture di trasporto (alta velocità ferroviaria, collegamenti interni, porti), hub energetici (solare, eolico, idrogeno, comunità energetiche), sistema portuale e ZES (Taranto, Augusta, Gioia Tauro), università, ricerca, innovazione, politiche industriali mediterranee, formazione tecnica delle nuove generazioni
8. Le infrastrutture strategiche del futuro meridionale
8.1. Alta velocità ferroviaria del Mezzogiorno
Il Sud è l’unica grande area europea priva di una rete di alta velocità pienamente sviluppata. Una Macroregione potrebbe coordinare: dorsale tirrenica (Palermo/Augusta – Napoli Afragola), dorsale adriatica (Lecce–Bari–Pescara–Bologna), asse ionico (Taranto–Metaponto–Potenza–Salerno)
8.2. Hub energetici solare ed eolico
Il Sud produce già una quota rilevante dell’energia rinnovabile italiana, con un potenziale ancora largamente inespresso⁸.
8.3. Porti e ZES del Mediterraneo
Taranto, Augusta e Gioia Tauro sono tre nodi strategici del sistema portuale mediterraneo⁹.
8.4. Formazione tecnica e capitale umano
Il Sud soffre di un deficit strutturale di competenze tecniche: ITS insufficienti, scarsa integrazione università‑impresa, debolezza dei poli tecnologici.
9. La proposta del Dipartimento Scienze Economiche dell’Università AUGE: «Convergenza della Macroregione Sud vs la Macroregione Centro». il Sud deve tornare protagonista. Qui entriamo nel cuore della nostra sfida. Perché fissiamo l’obiettivo sui 120 miliardi? Perché è la cifra necessaria per portare il Sud allo stesso livello di dignità produttiva e di PIL pro-capite del Centro Italia. Mentre il Nord corre a velocità europea, il Centro rappresenta lo standard di un’economia stabile e raggiungibile.
Pareggiare il PIL pro capite del Centro non è un sogno utopistico: è un obiettivo industriale e di sviluppo concreto. Quei 120 miliardi non sono un regalo che chiediamo, ma la ricchezza che oggi ‘bruciamo’ a causa di istituzioni e infrastrutture lente, di risorse non utilizzate, di investimenti non generativi, di una burocrazia frammentata, inutile e detrattiva.
Qui entriamo nel cuore della nostra sfida. Perché fissiamo l’obiettivo sui 120 miliardi? Perché è la cifra necessaria per portare il Sud allo stesso livello di dignità produttiva e di PIL pro-capite del Centro Italia. Mentre il Nord corre a velocità europea, il Centro rappresenta lo standard di un’economia stabile e raggiungibile.
Pareggiare il PIL pro capite del Centro non è un sogno utopistico: è un obiettivo industriale e di sviluppo concreto. Quei 120 miliardi non sono un regalo che chiediamo, ma la ricchezza che oggi ‘bruciamo’ a causa di istituzioni e infrastrutture lente, di risorse non utilizzate, di investimenti non generativi, di una burocrazia frammentata, inutile e detrattiva.
Il Mezzogiorno non ha bisogno soltanto di nuovi finanziamenti. Ha bisogno di una nuova idea di sé stesso. La vera grande battaglia che dovrebbero fare i meridionali è questa: coalizzarsi in una sola, grande entità politica e istituzionale, per contare di più, per parlare con una sola voce con il Governo italiano e con l’Europa.
Se nella storia sono esistite forme di Macroregione meridionale, nell’Europa delle Macroregioni e nella prospettiva di una integrazione politica più profonda, una Macroregione del Sud può tornare ad essere non un sogno, ma un progetto concreto di ricerca, di politica e di sviluppo.
Note a piè di pagina
- Banca d’Italia, I conti economici regionali 1951–1995, serie storiche.
- SVIMEZ, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno, varie edizioni.
- ISTAT, Conti economici territoriali, 2024.
- ISTAT, Natalità e fecondità della popolazione residente, 2025.
- ISTAT, Bilancio demografico regionale, 2024.
- ISTAT, Migrazioni interne e internazionali, 2024.
- Commissione Europea, EU Macro-Regional Strategies, 2015.
- GSE – Gestore Servizi Energetici, Rapporto statistico energia da fonti rinnovabili, 2024.
- Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio, del Mar Tirreno Meridionale e del Mare di Sicilia Orientale, Relazioni annuali, 2023–2024.
Bibliografia essenziale
- Banca d’Italia, Relazione Annuale, varie edizioni.
- SVIMEZ, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno, varie edizioni.
- ISTAT, Conti economici territoriali, Bilancio demografico, Migrazioni interne.
- Commissione Europea, EU Macro-Regional Strategies.
- GSE, Rapporto statistico energia da fonti rinnovabili.
- Unioncamere, Rapporto Excelsior.
DIPARTIMENTO SCIENZE ECONOMICHE
Prof. Antonio ROMANO –





