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I PRIMI PASSI DEL TURISMO SOCIALE

Il concetto di Turismo Sociale è l’esito complesso e laborioso di un processo evolutivo che parte da lontano.

Le prime iniziative di turismo sociale si possono far risalire agli inizi del Novecento con l’attuazione delle colonie marine e montane, istituite per garantire soprattutto a quelli provenienti dalle famiglie più disagiate un soggiorno salubre in località climaticamente più favorevoli.

A tale scopo vennero realizzate o riadattate strutture preesistenti per renderle idonee ad ospitare una popolazione infantile, con l’intento sanitario e talvolta educativo.

Ancor oggi sono visibili, soprattutto sul litorale adriatico, ma anche nelle zone montane, le opere allora realizzate, ancorchè oggi destinate ad altro uso.

Le prime colonie del periodo fascista furono nel tempo sostituite da quelle organizzate dalle grandi aziende italiane per ospitare i figli degli operai.

Accanto a queste presero piede quelle istituite dalle Forze Armate e dalle Forze di Polizia che le gestivano attraverso i loro fondi di assistenza che recavano negli statuti, fra varie forme assistenziali, anche le colonie e i soggiorni marini e montani destinati ai figli dei militari, privilegiando gli orfani e quelli più sfavoriti.

Negli anni ’50 e ’60 tali forme assistenziali assunsero una certa diffusione, finchè, mutate le esigenze, persero piano piano importanza, fino ad essere quasi completamente abbandonate dopo qualche tentativo di adattarle ristrutturandole sul modello dei campi scuola o di avviamento allo sport.

Contemporaneamente, soprattutto dopo il riconoscimento del diritto alle ferie retribuite, con lo sviluppo esponenziale delle organizzazioni sindacali nacquero molte forme di sostegno al godimento del diritto al riposo e alla vacanza avvicinando così vari gruppi, soprattutto le famiglie dei lavoratori, ma anche giovani e anziani ad una offerta che si andava via via più diversificando e specializzando.

All’abitudine di trascorrere il periodo di riposo, ritornando alle zone di provenienza, soprattutto per le popolazioni del Centro-Sud, si affiancò l’orientamento di usufruire del periodo ferie/vacanze all’interno di un contesto di viaggio.

Questi primi passi del Turismo Sociale furono evidentemente condizionati dal momento storico, soprattutto post bellico, e furono inquadrati in una esigenza, variamente avvertita dai datori di lavoro, organizzazioni religiose e marginalmente dallo Stato, di natura squisitamente assistenziale .

In altre parole veniva in vario modo e con conforti diversificati, incentivato, ma molto più spesso consentito, l’accesso alla fruizione del periodo di riposo in ambienti particolari, diversamente inaccessibili per evidenti deficienze economiche.

In questi suoi primi passi il Turismo Sociale si avvalse in maniera esclusiva della presenza di soggetti organizzatori che con le loro iniziative, con la loro intermediazione e con il loro sostegno lo resero possibile.

Scarsa era la professionalità degli addetti ai lavori e per lo più indotta dall’abitudine volontaristica di assistere i più bisognosi.

Gli operatori erano per lo più impegnati in altri ambiti professionali, ma non disdegnavano di soccorrere con la buona volontà o l’intuito innato chi avesse bisogno di avvistare un centro di coordinamento delle proprie prospettive.

D’altra parte le esigenze erano limitate e le aspettative contenute.

Molte volte importava più lo stare insieme che come e dove.

Per l’organizzazione dei soggiorni e delle colonie ci si avvaleva della disponibilità di strutture messe a disposizione, a vario titolo, da Enti, Parrocchie, Associazioni, ecc… e si provvedeva al reclutamento del personale di servizio per lo più sulla base delle conoscenze individuali, badando non tanto all’attitudine di fornire prestazioni specifiche, quanto all’adattabilità ad assolvere particolari compiti, individuando nella volontà di collaborare il motivo del coinvolgimento.

Una figura emblematica di questo momento è il capogruppo, di solito persona fortemente motivata, già impegnata in altri ambiti sociali e religiosi, molto volenterosa, per lo più autodidatta nel capo specifico e con forti capacità di aggregazione.

Intorno al capogruppo ruota una folla di assistiti, solitamente accomodanti, solo poche volte proponenti e che trsferiscono le loro preferenze al vertice, talvolta collaborando con l’organizzatore nell’accogliere consensi.

La fase successiva è quella dell’organizzazione vera e propria che si risolve, dopo aver individuato la meta, nella ricerca del mezzo di trasporto.

La riuscita dell’iniziativa dipende in parte preponderante dall’economicità della spesa.

Come abbiamo detto, in questo momento storico la socializzazione è preminente alle altre istanze e l’accessibilità a questo particolare turismo è grandemente agevolata dalla riduzione dei costi, anche a scapito della qualità e talvolta della sicurezza.

Le destinazioni sono quasi sempre le stesse: santuari, città d’arte, località marine e montane…che nel corso degli anni si ripetono ad intervalli regolari, ma quasi costanti.

Questo aspetto che sembrerebbe a prima vista riduttivo è risultato talvolta decisivo nel miglioramento dei servizi.

La ripetitività giova all’acquisizione e all’utilizzo di nuove conoscenze e l’esperienza in ogni ambito è il bagaglio più produttivo per la rinascita di qualunque iniziativa e dunque la frequentazione assidua di località, la scelta di strutture ricettive, l’utilizzo dei mezzi di trasporto ha affinato la sensibilità, ha stimolato la ricerca del meglio, permettendo l’individuazione più idonea dei supporti logistici, avendo acquisito conoscenza e consapevolezza e potendo così indirizzare la scelta valutando quanto in passato è stato sperimentato.

Atella, 31.03.2026

Prof. Dott. Antonio Tanzillo

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