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Progettare il modello Organizzativo ex D.Lgs. 231/2001: quali requisiti indispensabili per la sua efficacia? di Avv. Marco RIARIO SFORZA Ph.D.

di

Avv. Marco RIARIO SFORZA

Sommario:

  1. La politica di attuazione in ambito aziendale del Modello Organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001

2.1. L’adeguatezza
2.2. L’interesse

3.1. Premessa
3.2. I principi sottesi alla realizzazione del Modello Organizzativo 231: l’esame del risk assessment e risk management
3.2.1. Risk assessment e risk management

  1. La fasi ex art. 6 comma 2 D.Lgs. 231/2001
    4.1. Mappatura delle aree a rischio di reato
    4.1.1. I rischi di un approccio sbilanciato
    4.2. Valutazione del sistema di controllo interno
    4.3. Analisi comparativa e piani di miglioramento
    4.4. Redazione del Modello 231

Manuale delle procedure di attuazione dei modelli nella realtà aziendale

5.1. I principi delle Linee Guida di Confindustria

Procedure interne aziendali di best practice per la prevenzione dei reati ai sensi del D.Lgs. 231/2001
A) Parte generale

  1. Introduzione
  2. Acquisizioni e Approvvigionamenti
  3. Relazioni con la Pubblica Amministrazione
  4. Area Finanziaria e Amministrativa
  5. Risorse Umane
  6. Area Commerciale e Vendite
  7. Area della Produzione
  8. Area della Comunicazione e del Marketing
  9. Area Legale e Compliance
  10. Area delle Tecnologie dell’Informazione
  11. Area della Ricerca e Sviluppo
  12. Conclusione

Area Acquisti e Approvvigionamenti
B) Parte speciale – Esame di ogni singola fase del processo relativo a: Area Acquisti e Approvvigionamenti

Fase 1: Definizione del Bisogno
1.1. Descrizione della fase
1.1.1. I principi alla base di questa fase 1
1.1.1.1. Identificazione delle Necessità
1.1.1.2. Valutazione dei Requisiti
1.1.1.3. Stima del budget
1.1.1.4. Analisi di Fattibilità
1.1.1.5. Approvazione Interna
1.1.1.6. Documentazione

  1. Reati presupposto
  2. Esempi pratici e strategie di mitigazione
  3. Procedura
    4.1. Identificazione del Bisogno
  4. Valutazione delle priorità
  5. Analisi di fattibilità
  6. Approvazioni e documentazione finale
  7. Esempi pratici e strategie di mitigazione
  8. Monitoraggio
  9. Conclusioni

Fase 2: Selezione dei Fornitori nel contesto di Acquisizioni e Approvvigionamenti – Procedura interna
Selezione dei Fornitori nelle Acquisizioni e Approvvigionamenti

  1. Introduzione e ambito di applicazione
  2. Descrizione dettagliata della fase
    2.1. Identificazione dei potenziali fornitori
    2.2. Valutazione delle competenze e affidabilità
    2.3. Richiesta di offerte e analisi dei costi
    2.4. Negoziazione e contrattualizzazione
  3. Reati presupposto e strategie di mitigazione
  4. Valutazione e monitoraggio continuo
    4.1. Feedback e valutazione delle prestazioni
  5. Riscontro di non conformità
  6. Rinegoziazione e rivalutazione periodica
  7. Risoluzione dei contratti e sostituzione dei fornitori
  8. Identificazione di nuovi fornitori
  9. Transizione e ripristino delle risorse
  10. Chiusura formale del rapporto
  11. Esempi pratici e strategie di mitigazione
  12. Implementazione e monitoraggio
  13. Riflessioni finali

Fase 3: Richiesta di Preventivi nel contesto di Acquisizioni e Approvvigionamenti – Procedura interna

  1. Descrizione della fase
  2. Obiettivo della fase
  3. Identificazione dei fornitori
    3.1. Obiettivi della verifica
    3.2. Criteri di valutazione
    3.3. Strumenti di verifica
    3.4. Audit e interviste
    3.5. Questionari e analisi finanziaria
    3.6. Considerazioni etiche e sostenibilità
    3.7. Risultati e decisioni
    3.8. Conclusioni
  4. Preparazione e invio delle richieste
  5. Esempi pratici e strategie di mitigazione
  6. Implementazione e monitoraggio
  7. Procedura di analisi e selezione
  8. Documentazione e verifica
  9. Implementazione e monitoraggio
  10. Formazione e sensibilizzazione
  11. Audit interni ed esterni
  12. Gestione delle non conformità
  13. Revisione e aggiornamento della procedura
  14. Negoziazioni contrattuali
    17.1. Analisi preliminare
    17.2. Definizione degli obiettivi
    17.3. Tavolo di negoziazione
    17.4. Strategie e tattiche
    17.5. Aspetti legali e normativi
    17.6. Chiusura del contratto
    17.7. Conclusioni

1. La politica di attuazione in ambito aziendale del Modello Organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001

La politica di attuazione in ambito aziendale del modello organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001, di seguito denominato “Modello Organizzativo” anche indicato come “Modello 231”, costituisce un riferimento fondamentale ed essenziale per tutti i partecipanti alla vita aziendale[1]. Essa persegue il fine di gestire e disciplinare, ai sensi del D.Lgs. 231/2001 la responsabilità dell’azienda per la commissione, nell’interesse o a vantaggio della stessa, di alcuni reati specificamente individuati, da parte del personale nell’ambito dello svolgimento delle funzioni di rappresentanza, di amministrazione e di direzione o di unità organizzative autonome dal punto di vista finanziario e contabile, nonché da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti sopra indicati, nella consapevolezza che la responsabilità dell’azienda ravvisata nella circostanza non elimina la responsabilità della persona fisica che ha commesso il reato, bensì si aggiunge ad essa.

Il D.Lgs. 231/2001 come si avrà modo di meglio approfondire più avanti  riguarda infatti la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica. Pertanto nel caso in cui vengano commessi reati previsti da tale normativa la società (in quanto entità legale) può essere ritenuta direttamente responsabile a meno che non si evinca che il reato è stato commesso da una singola persona, in violazione alle disposizioni aziendali riportate nel modello organizzativo adottato.

La politica di assunzione del modello 231 ha quale dichiarato scopo quello di far comprendere i principi cui si ispira ogni azione aziendale, in conformità alla salvaguardia delle attività aziendali dai rischi di reato previsti dal D.Lgs. 231/2001, prefigurando l’inosservanza delle disposizioni contenute in tale modello come un abuso della fiducia riposta nei confronti del dipendente che non rispetta le disposizioni aziendali.

Altresì si prefigge di coinvolgere tutti i partecipanti alla vita aziendale in rapporto al ruolo ed alle responsabilità assunte in azienda, attenendosi a quanto descritto nel modello 231, facendo presente che l’inosservanza delle disposizioni riportate potrà comportare altresì l’applicazione di specifiche sanzioni.

Il documento di politica indica in sostanza quale “organizzazione” si è data l’azienda in tema di responsabilità ai sensi del D.Lgs. 231/2001. La politica rappresenta pertanto la “carta” fondamentale dell’azienda relativamente alla tematica trattata.

Campo di applicazione

La Politica di attuazione del modello organizzativo si applica a tutta l’organizzazione aziendale e si basa sugli strumenti normativi nazionali e internazionali che regolano il funzionamento e l’attuazione delle procedure e dei modelli di sistema.

La dichiarazione della “politica aziendale” contenuta anche (e forse soprattutto nel Codice Etico) fornisce la base di riferimento per l’individuazione degli obiettivi specifici che l’azienda si prefigge di raggiungere attraverso l’attuazione del modello 231 al fine di ridurre o eliminare i rischi derivanti dalla possibilità di commettere illeciti che possano configurarsi come reati perseguibili e sanzionabili ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

Caratteristiche della politica di attuazione del modello organizzativo 231

Affinché la “politica del Modello” sia resa concreta, attuale e applicabile (e dunque concretamente applicata, come richiede l’art. 6 del D.Lgs 231/2001) la direzione aziendale deve innanzitutto impegnarsi a mettere a disposizione risorse umane, risorse strumentali e risorse economiche, atte tutte a perseguire la finalità ultima (ed unica) del Modello: quello di prevenire la commissione di reati commessi per avvantaggiare l’azienda stessa. Dunque, ogni amministratore che abbia a cuore il proprio business deve rendere il Modello come “uno stile di vita aziendale” rendendolo dunque come parte integrante della propria attività e come impegno strategico rispetto alle finalità più generali dell’azienda. Quali sono allora i primi passi a livello manageriale che l’Amministratore deve adottare? Innanzitutto, forse il più scontato, ma al contempo, il più importante  è rendere noto il Modello 231 e diffonderlo a tutti i soggetti dell’azienda, (mediante affissione su tutti i luoghi di lavoro e mediante sito intranet). Il suo obiettivo, in una ottica di target di amministrazione, implica un impegno teso a che:

  • tutti i lavoratori siano (i) formati, (ii) informati e (iii) sensibilizzati per svolgere i loro compiti in conformità alle direttive del MO e per assumere le loro responsabilità a fronte dei reati previsti;
  • sia costante la predisposizione e la volontà al miglioramento continuo ed alla prevenzione;
  • fornisca le risorse umane e strumentali necessarie;
  • tutta la struttura aziendale partecipi, secondo le proprie attribuzioni e competenze, al raggiungimento degli obiettivi stabiliti, con le seguenti specifiche:
  • i metodi operativi e gli aspetti organizzativi siano realizzati in modo da indicare e salvaguardare la commissione di reati per le attività in cui l’azienda opera;
  • l’informazione sugli illeciti e sui rischi di reato in  azienda sia diffusa a tutti i lavoratori; la formazione degli stessi sia effettuata ed aggiornata con specifico riferimento alla mansione svolta;
  • si faccia fronte con rapidità, efficacia e diligenza a necessità emergenti nel corso delle attività lavorative;
  • siano promosse la cooperazione fra le varie risorse aziendali ed il coinvolgimento e la consultazione dei lavoratori;
  • siano rispettate tutte le leggi e regolamenti vigenti, formulate procedure e ci si attenga agli standard aziendali individuati;
  • siano gestite le proprie attività con l’obiettivo di applicare un’efficace azione preventiva;

Ma ciò non basta è parimenti necessario che l’Azienda:

  • verifichi costantemente i metodi di lavoro e le procedure operative per identificare i rischi di poter commettere illeciti e prevenire la commissione di reati;
  • individui  e persegua obiettivi di miglioramento continuo delle prestazioni del MO;
  • metta in atto il Modello 231 in maniera affidabile e completa, e su questa base attuare un assiduo programma di monitoraggio;
  • promuova l’identificazione dei collaboratori dell’azienda con la politica e la condivisione degli obiettivi aziendali, favorendo la formazione, la consapevolezza del ruolo di ciascuno all’interno dell’azienda e la responsabilizzazione individuale;
  • incrementi la formazione e sensibilizzazione del personale affinché svolga i propri compiti in conformità alle disposizioni del Modello 231;
  • elabori e metta a punto le misure e le procedure atte a prevenire situazioni di rischio e a evitare la commissione di reati;
  • mantenga un dialogo aperto con i fornitori impegnandoli a mettere in atto comportamenti coerenti con questa politica;
  • effettui verifiche, ispezioni e audit atti a identificare e a prevenire eventuali situazioni di non conformità con i requisiti richiesti dal Modello;
  • sviluppi e mantenga rapporti aperti e collaborativi con le autorità locali e con tutte le parti interessate.

Il Manuale del Modello 231 deve essere una sorta di fedele racconto dell’entità imprenditoriale, fungendo da faro orientativo nell’implementazione del sistema gestionale. In ogni circostanza annuale, oppure allorquando emergano incongruenze a seguito di operazioni di verifica, è determinante che, nel contesto del Riesame della Direzione, questa politica e l’intero apparato siano sottoposti a revisione, al fine di assicurarne l’efficacia e discernere la presenza di necessità eventuali di rinnovamento.

2.1. L’adeguatezza

Allorché si fa riferimento al MOG 231, ci si riferisce ad un paradigma comportamentale che è chiamato a includere strumenti e misure capaci di assicurare lo svolgimento delle operazioni aziendali in aderenza alle normative vigenti, assistendo l’ente nel riconoscimento e nella pronta risoluzione delle circostanze che possono portare a condotte illecite. Nell’elaborazione del MOG 231, è imperativo riflettere attentamente la natura, l’ampiezza e la varietà delle attività intraprese dall’organizzazione, al fine di articolare le esigenze distintive che emergono dalla caratterizzazione del rischio di illecito.

È fondamentale che la costruzione del modello organizzativo sia calibrata sulla realtà operativa dell’ente, un principio che è stato sottolineato anche dalla giurisprudenza, la quale ha delineato criteri specifici che un modello deve soddisfare per poter assolvere a una funzione esimente. In verità, la dispensa da responsabilità ai sensi del D.Lgs. 231/01 si materializza attraverso la verifica della corrispondenza del MOG 231 agli standard di adeguatezza e idoneità[2] rispetto ai rischi di reato che l’organizzazione potrebbe, anche solo in teoria, incontrare, nonché alla sua effettiva applicabilità nel corso del tempo

 Il concetto di adeguatezza riguarda sia la fase dell’adozione sia quella di attuazione del “modello 231”, inteso come capacità dello stesso di aderire alla realtà organizzativa dell’ente. Concretamente riguarda l’esistenza e l’efficace funzionamento del sistema operativo delle deleghe, dei poteri aziendali e dell’attribuzione delle risorse finanziare specificatamente destinate alla prevenzione dei rischi.

L’adeguatezza nel contesto della redazione e adozione del Modello 231 rappresenta il criterio essenziale attraverso il quale si valuta la corrispondenza del Modello alle esigenze di prevenzione dei reati presupposto. Si tratta di un concetto che trova fondamento non solo nella normativa di riferimento, ma anche in una copiosa giurisprudenza e dottrina, che hanno contribuito a delineare i contorni di tale nozione. Nella specificità del D.Lgs. 231/01, l’adeguatezza del Modello si manifesta nella sua capacità di rispondere efficacemente ai rischi di commissione dei reati, tenendo conto delle caratteristiche e della complessità dell’entità in questione. La Cassazione, con la sentenza n. 22437 del 2016, ha chiarito che l’adeguatezza si riferisce alla strutturazione del Modello in modo tale che esso sia in grado di prevenire i reati, mediante l’istituzione di un efficace sistema di controllo interno e la promozione di una cultura etica all’interno dell’organizzazione.

Senza scendere nel dettaglio della procedura[3], non può non evidenziarsi come la logica preventiva – funzionale a beneficiare di alcune misure premiali, anche di carattere penale – imponga agli amministratori di attivarsi tempestivamente per cogliere eventuali sintomi del dissesto, prevendendo, in caso di inerzia, che sia l’organo di controllo ad informare l’Organismo di composizione della crisi di impresa (da ora, OCRI).

Tale previsione, peraltro, ha una portata rilevante poiché dal mero controllo si passa ad atti che assumono, invece, valenza gestionale: il potere di riferire direttamente all’OCRI implica un’attività di iniziativa degli organi di controllo che esula dalle normali funzioni ma che si giustifica con la finalità preventiva e di tutela dell’impresa che, come detto, permea tutta la riforma.

Quanto evidenziato sino ad ora permette di individuare un primo elemento comune tra la disciplina delineata dal Codice Civile, come emendato dal D.Lgs. n. 14/2019, ed il D.Lgs. n. 231/2001.

Ed invero, la riforma del Codice della Crisi, come visto, si ispira alla logica del risk approach, già tipica dei MOG 231, caratterizzata da un “progressivo approccio integrato della gestione del rischio”[4] dove la prevenzione e la condivisione delle informazioni diventano funzionali ad una corretta ed adeguata gestione della società.

È ben noto che l’efficienza e l’adeguatezza di un MOG 231 dipendano dal suo costante e continuo aggiornamento, si tratta di un’operazione ciclica che potrebbe riassumersi secondo lo schema plan – do – check – act [5].

Il giudizio sull’adeguatezza[6], inoltre, configura l’elemento centrale di tutto il sistema previsto dal D.Lgs. n. 231/2001, poiché è da questo che, di fatto, dipende l’efficacia esimente della responsabilità dell’ente.

Se ai fini della valutazione di adeguatezza di un MOG 231 è necessario sia che si adotti un modello tagliato su misura rispetto alla realtà aziendale di riferimento sia che l’adozione “non sia meramente formale, statica, burocratica”[7], lo stesso può dirsi rispetto al sistema delineato dal nuovo art. 2086 c.c. Ed invero, emerge anche da quest’ultima disposizione la necessità di operare una valutazione sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile[8] in relazione alla precisa realtà societaria.

Il requisito dell’adeguatezza deve necessariamente trovare una concreta attuazione pratica, connotata da una collaborazione proattiva tra i diversi organi ed assumono, in tal senso, rilievo centrale i flussi informativi, che dovrebbero evitare “l’insorgenza estemporanea della crisi”, poiché in grado di supportare gli organi gestionali nell’adozione di condotte consapevoli e tempestive.

La dottrina[9], da parte sua, ha approfondito il concetto di adeguatezza, sottolineando la necessità di un’analisi accurata dei rischi e della conseguente personalizzazione del Modello. Come affermato da, l’adeguatezza non può prescindere dalla considerazione delle specificità dell’ente e delle attività da questo svolte, necessitando quindi di un’attenta valutazione delle vulnerabilità e delle potenziali aree di rischio. Inoltre, l’adeguatezza del Modello 231 implica anche la sua dinamicità e capacità di adattamento alle evoluzioni dell’ente e al mutare del contesto normativo e operativo. La dottrina, rappresentata da autori[10] ha evidenziato l’importanza della continua verifica e aggiornamento del Modello, al fine di garantire la sua permanente idoneità a fronteggiare i rischi di reato. Un altro aspetto cruciale dell’adeguatezza è la chiarezza e la completezza delle disposizioni contenute nel Modello, nonché la loro effettiva implementazione e applicazione all’interno dell’organizzazione. A tal proposito, la giurisprudenza ha ribadito, come evidenziato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 45774 del 2015, l’importanza di un approccio proattivo da parte dell’ente, volto a garantire la consapevolezza e la formazione del personale rispetto agli obiettivi e ai principi del Modello.  La dottrina giuridica[11], ha ulteriormente analizzato l’importanza del coinvolgimento attivo dei destinatari del Modello e della creazione di un ambiente aziendale in cui la legalità e la trasparenza sono valori fondamentali e condivisi. Nel contesto della redazione del Modello 231, l’adeguatezza comporta anche la necessità di identificare e affidare responsabilità chiare, nonché di definire procedure e protocolli operativi che rendono tangibile l’impegno dell’ente nella prevenzione dei reati. In questo ambito, l’assegnazione di ruoli e responsabilità e la definizione di regole chiare e condivise siano elementi chiave per garantire l’efficacia del Modello.

2.2. L’interesse

La responsabilità dell’Ente sorge soltanto in occasione della realizzazione di determinati tipi di reati da parte di soggetti legati a vario titolo all’ente e solo nelle ipotesi che la condotta illecita sia stata realizzata nell’interesse o a vantaggio di esso[12]. Dunque, non soltanto allorché il comportamento illecito abbia determinato un vantaggio, patrimoniale o meno, per l’ente, ma anche nell’ipotesi in cui, pur in assenza di tale concreto risultato, il fatto-reato trovi ragione nell’interesse dell’ente. Sul significato dei termini “interesse” e “vantaggio”[13], la Relazione governativa che accompagna il decreto attribuisce al primo una valenza “soggettiva”, riferita cioè alla volontà dell’autore (persona fisica) materiale del reato (questi deve essersi attivato avendo come fine della sua  azione  la realizzazione di uno specifico interesse dell’ente), mentre al secondo una valenza di tipo “oggettivo” riferita quindi ai risultati effettivi della sua condotta (il riferimento è ai casi in cui l’autore del reato, pur non avendo direttamente di mira un interesse dell’ente, realizza comunque un vantaggio in suo favore). Sempre la Relazione,  infine, suggerisce che l’indagine sulla sussistenza del primo requisito (l’interesse) richiede una verifica “ex ante”, viceversa quella sul “vantaggio” che può essere tratto dall’ente anche quando la persona fisica non abbia agito nel suo interesse, richiede sempre una verifica “ex post” dovendosi valutare solo il risultato della condotta criminosa[14]. Per quanto riguarda la natura di entrambi i requisiti, non è necessario che l’interesse o il vantaggio abbiano un contenuto economico. Con il comma 2 dell’art. 5 del D. Lgs. n. 231 sopra citato, si delimita il tipo di responsabilità escludendo i casi nei quali il reato è stato commesso dal soggetto perseguendo esclusivamente il proprio interesse o quello di soggetti terzi. La norma va letta in combinazione con quella dell’art. 12, primo comma, lett.a), ove si stabilisce un’attenuazione della sanzione pecuniaria per il caso in cui “l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l’ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricevuto vantaggio minimo”. Se, quindi il soggetto ha agito perseguendo sia l’interesse proprio che quello dell’ente, l’ente sarà passibile di sanzione. Ove risulti prevalente l’interesse dell’agente rispetto a quello dell’ente, sarà possibile un’attenuazione della sanzione stessa a condizione, però, che l’ente non abbia tratto vantaggio o abbia tratto vantaggio minimo dalla commissione dell’illecito[15].

La colpevolezza colposa è la regola nel modello 231 e indica il rimprovero che l’ordinamento muove nei confronti dell’ente per non aver predisposto, al proprio interno, misure idonee a impedire i reati[16]. Parte della dottrina afferma di essere in presenza di una colpa per la “condotta di vita aziendale”[17].

Identificare e valutare attentamente queste aree a rischio è fondamentale per la realizzazione di un efficace modello organizzativo 231, il quale deve essere finalizzato a prevenire la commissione dei reati presupposto e a ridurre il rischio di applicazione delle sanzioni previste dal decreto. La costante revisione delle procedure e la formazione dei dipendenti sono strumenti essenziali per garantire la conformità alle normative e la creazione di un ambiente aziendale etico e responsabile.

 Come viene realizzato il Modello Organizzativo

3.1. Premessa

Per rispondere all’interrogativo occorre necessariamente partire dalle fondamenta normative

Il Modello intende configurare un sistema strutturato ed organico di procedure ed attività di controllo, ex ante ed ex post, volto a prevenire ed a ridurre il rischio di commissione dei reati contemplati dal Decreto Legislativo n. 231/2001. In particolare, l’individuazione delle attività esposte al rischio di reato (c.d. reati presupposto) e la loro proceduralizzazione in un efficace sistema di controlli, si propone di:

rendere tutti coloro che operano in nome e per conto  dell’Azienda pienamente consapevoli dei rischi di poter incorrere, in caso di violazioni delle disposizioni ivi riportate, in un illecito passibile di sanzioni, su piano penale e amministrativo, non solo nei propri confronti ma anche nei confronti della Società;

ribadire che tali forme di comportamento illecito sono fortemente  condannate dall’Azienda., in quanto (anche nel caso in cui la Società fosse apparentemente in condizione di trarne vantaggio) sono comunque contrarie, oltre che alle disposizioni di legge, anche ai principi etico – sociali cui l’Azienda virtuosa deve ontologicamente tendere nell’espletamento della propria missione aziendale;

consentire alla Società, grazie a un’azione di monitoraggio sulle aree di attività a rischio, di intervenire tempestivamente per prevenire o contrastare la commissione dei reati stessi,

Tra le finalità del Modello vi è, quindi, quella di radicare nei Dipendenti, Organi aziendali, Consulenti e Partner, che operino per conto o nell’interesse della Società nell’ambito delle aree di attività a rischio, il rispetto dei ruoli, delle modalità operative, dei protocolli e, in altre parole, del Modello organizzativo adottato e la consapevolezza del valore sociale di tale Modello al fine di prevenire i reati.

3.2. I principi sottesi alla  realizzazione del Modello Organizzativo 231: l’esame del risk assessment e risk management

La costruzione di un MOG 231 rappresenta un processo complesso, che richiede lo svolgimento di numerose attività. In un’ottica complessiva di analisi e successiva attuazione adeguata del modello 231, sembra utile descrivere il processo suddetto scomponendolo in cinque  momenti rilevanti:

1. mappatura delle aree a rischio di reato;

2. valutazione del sistema di controllo interno[18];

3. analisi comparativa e piani di miglioramento;

4. redazione del modello vero e proprio;

5. formazione e diffusione.

A sua volta la prima fase è scomponibile in:

  • attività di check-up iniziale dei processi dell’ente;
  • la valutazione del Sistema di Controllo Interno (SCI);
  • le attività di risk assessment e risk management;
  • la definizione di principi e procedure di controllo;
  • l’elaborazione del codice etico e del sistema disciplinare.

Il processo su descritto permette di agire in termini di compliance integrata, costruendo un sistema di gestione del rischio globale d’impresa. Il Risk Management è un processo che ha lo scopo di strutturare un piano di gestione dei rischi aziendali coerentemente con gli obiettivi strategici prefissati coinvolgendo l’impresa nel suo complesso[19]. Può essere definito come l’insieme di processi, sistemativi e pianificati, orientati all’adozione di strategie e metodologie che minimizzano il rischio e quindi la probabilità di un danno successivo al verificarsi di un evento[20]. Nel processo di Risk Management l’impresa si configura come un sistema di rischi, generale e specifici, che emergono a seconda degli ambiti operativi che la caratterizzano e che devono essere approntati in una logica globale secondo però le specifiche indicazioni della normativa 231.

3.2.1 risk assessment e risk management

Queste due fasi, pur essendo strettamente interconnesse, presentano differenze sostanziali e direttamente esigenze distinte nell’ambito del sistema di controllo interno dell’impresa.

a. Valutazione del Rischio

La valutazione del rischio rappresenta il primo passo fondamentale per la costruzione di un Modello 231 efficace e aderente alle realtà aziendali. Attraverso questa fase, l’ente esamina meticolosamente le proprie attività e processi interni, con l’obiettivo di identificare le aree in cui vi è la possibilità di commissione dei reati presupposto. La metodologia di analisi si fonda sull’individuazione di scenari di rischio e sull’assegnazione di un livello di rischio

 Il livello di rischio viene definito attraverso la valutazione della probabilità che un determinato reato venga commesso e della gravità delle sue potenziali conseguenze. Tale operazione richiede un’attenta analisi dei contesti operativi e delle dinamiche organizzative, oltre a un’accurata considerazione dei fattori esterni che potrebbero influenzare l’esposizione ai rischi. È pertanto indispensabile un esame approfondito delle caratteristiche strutturali e funzionali dell’ente, delle sue risorse e dei rapporti con terzi, al fine di tracciare un quadro esaustivo delle potenziali minacce. Una volta individuati e valutati i rischi, il passo successivo è la loro indicazione e porlo come una priorità. L’ente deve concentrare l’attenzione e le risorse su quei rischi che, per gravità e probabilità, necessitano di interventi più urgenti e strutturati, garantendo un uso efficace ed efficiente delle risorse nella prevenzione dei reati

b. Gestione del Rischio

Dopo aver condotto una scrupolosa valutazione del rischio, l’ente è chiamato a implementare le strategie di gestione del rischio, ovvero l’insieme delle attività, degli strumenti e delle metodologie volte a minimizzare il rischio ‘esposizione ai rischi individuati. La gestione del rischio si traduce nella progettazione e realizzazione di misure di controllo e di procedure che siano idonee a prevenire o, quanto meno, a ridurre la probabilità di commissione dei reati. Nel cuore del risk management si trova l’elaborazione di protocolli, codici di condotta, procedure operative e formative, che fungono da linee guida per il comportamento dei soggetti afferenti all’ente. L’implementazione di questi strumenti è finalizzata ad instillare una cultura etica e di legalità, promuovendo comportamenti virtuosi e dissuadendo dalla commissione di reati.Inoltre, la gestione del rischio comporta l’istituzione di meccanismi di monitoraggio e verifica dell’efficacia delle misure adottate. Ciò implica l’esecuzione di audit interni, il controllo delle segnalazioni di illecito (whistleblowing) e l’aggiornamento continuo del Modello 231 alla luce delle modifiche normative, organizzative o a seguito di eventuali violazioni.

C Differenze

Sebbene la valutazione e la gestione del rischio siano processi interconnessi, la differenza fondamentale tra i due risiede nel loro obiettivo e nella loro natura. Mentre la valutazione del rischio è un processo di analisi e identificazione, teso a definire la mappa dei rischi a cui l’ente è esposto, la gestione del rischio è un’attività proattiva e dinamica, focalizzata sull’implementazione di soluzioni e sull’adattamento alle sfide emergenti.

Alcuni esempi possono in questo senso tornare utili.

Azienda Farmaceutica: In un’azienda farmaceutica, la valutazione del rischio potrebbe evidenziare un elevato rischio di corruzione legato all’ottenimento di autorizzazioni e certificazioni sanitarie. In risposta, la gestione del rischio potrebbe prevedere l’introduzione di procedure più trasparenti e controllate per la selezione dei fornitori e la formazione specifica dei dipendenti sui principi etici e legali.

Soci  di Azienda Farmaceutica: In un’azienda farmaceutica, la valutazione del rischio potrebbe evidenziare un elevato rischio di corruzione legato all’ottenimento di autorizzazioni e certificazioni sanitarie. In risposta, la gestione del rischio potrebbe prevedere l’introduzione di procedure più trasparenti e controllate per la selezione dei fornitori e la formazione specifica dei dipendenti sui principi etici e legali.

Istituto di Credito: verifica costante dell’identità dei clienti e l’introduzione di procedura di segnalazione di operazioni sospette. Inoltre, la formazione del personale sui rischi di riciclaggio e sulle relative normative diventa imprescindibile, così come l’istituzione di canali di denuncia, attraverso i quali i dipendenti possono segnalare anomalie o comportamenti scorretti.

Impresa Tecnologica: Nel caso di un’impresa tecnologica, la valutazione del rischio potrebbe mettere in luce rischi legati alla violazione della proprietà intellettuale o alla protezione dei dati. Per gestire tali rischi, l’impresa dovrebbe instaurare robuste politiche di sicurezza informatica, protocolli di protezione dei dati e accordi di riservatezza, oltre a sensibilizzare il personale riguardo all’importanza della riservatezza e della sicurezza delle informazioni.

4. La fasi ex art. 6 comma 2 D.Lgs. 231/2001

Il D.Lgs.n.231/01, all’Articolo 6, Comma 2, indica le caratteristiche essenziali per la costruzione di un modello di organizzazione, gestione e controllo.

In particolare, la lettera a) si riferisce espressamente ad un tipico sistema di gestione dei rischi.

La norma segnala espressamente come “identificazione dei rischi” l’analisi del contesto aziendale per evidenziare dove (ovvero in quale area/settore di attività) e secondo quali modalità si possono verificare eventi pregiudizievoli per gli obiettivi indicati dal D.Lgs.n.231/01. Nel diagramma di flusso che segue sono rappresentate le attività della valutazione dei rischi adottate dall’azienda.

Attraverso la valutazione della situazione aziendale, in relazione ai possibili reati, sono stati definiti i rischi ed è stata determinata di conseguenza la necessità di predisporre strumenti di controllo aggiuntivi rispetto a quelli già presenti in azienda.

4.1.  Mappatura delle aree a rischio di reato

Con specifico riferimento, per quel che qui interessa ai fini della presente tesi della Mappatura dei rischi, essa fase afferisce si tratta di una fase cognitivo-rappresentativa, propedeutica alla

successiva elaborazione di misure di prevenzione dei rischi-reato rilevanti, calibrate sulla valutazione dell’intensità degli stessi[21]. L’identificazione delle attività a rischio-reato risponde, infatti, alla duplice esigenza di costruire protocolli di controllo concretamente idonei ad impedire la commissione dei reati e di assicurare ai soggetti apicali e subordinati, chiamati ad operare in contesti in cui potrebbero essere commessi reati, un’esatta percezione dei relativi rischi[22].

In questa prima fase bisogna individuare le possibili modalità di attuazione degli illeciti.

L’analisi dei rischi deve essere rigorosamente svolta con una visione prettamente aziendale con la valutazione dei seguenti punti:

  • quali sono le attività a rischio di reato;
  • quali sono le modalità di possibili commissioni di reato;
  • la gravità/intensità del rischio e le misure di prevenzione in atto.

È fondamentale definire con molta attenzione la mappa dei processi aziendali e delle relative attività.

L’identificazione delle attività a rischio si basa, in particolare, su: a) individuazione delle aree potenzialmente a rischio-reato: in questo ambito, va operata un’importante distinzione tra le aree a rischio-reato in senso proprio, selezionate alle stregua del novero delle fattispecie elencate nel d.lgs. n. 231/2001, e le aree c.d. strumentali, che gestiscono gli strumenti finanziari destinati a supportare la commissione dei reati nelle attività a rischio;

b) rilevazione dei processi sensibili ai fini delle ipotesi di reato perseguibili: si tratta, cioè, di selezionare le attività al cui espletamento è connesso il rischio di commissione dei reati, indicando le direzioni ed i ruoli aziendali coinvolti;

c) rilevazione e valutazione del grado di efficacia dei sistemi operativi e di controllo già in essere, allo scopo di reperire i punti di criticità rispetto alla prevenzione del rischio–‐‑reato;

d) indagine retrospettiva, avente ad oggetto la storia dell’ente, vale a dire la sua eventuale propensione alla illegalità;

e) descrizione delle possibili modalità di commissione dei reati, allo scopo di forgiare le indispensabili cautele preventive.

Sul piano metodologico, la valutazione del rischio muove dalla distinzione tra rischio inerente, concernente l’ipotesi di una totale assenza di controlli, e  rischio residuale. Trattasi di una distinzione fondamentale nella valutazione dei rischi.

Il rischio inerente fa riferimento alla probabilità di occorrenza di un evento avverso nell’ipotesi di una totale assenza di controlli o misure di mitigazione. È, quindi, una misura della vulnerabilità intrinseca di un’organizzazione o di un processo, ed esprime il livello di esposizione naturale a determinate minacce o pericoli, in assenza di qualsiasi intervento correttivo o preventivo.

D’altro canto, il rischio residuo rappresenta la probabilità di verificarsi di un evento avverso, nonostante la presenza e l’applicazione di controlli e misure di mitigazione. Questo tipo di rischio è calcolato dopo aver preso in considerazione i meccanismi di controllo esistenti, e riflette la possibilità che tali meccanismi non siano sufficientemente efficaci nel prevenire o mitigare l’evento rischioso.

In sostanza, mentre il rischio inerente offre una visione del livello di rischio a cui un’entità è esposta in condizioni di “nudità” protettiva, il rischio residuo fornisce un’immagine più realistica e attuale del rischio, tenendo conto delle strategie e delle politiche di gestione del rischio implementare.

La differenziazione tra questi due tipi di rischio è essenziale per la creazione di un sistema efficace di gestione dei rischi nel Modello 231. Permette, infatti, di individuare dove sono necessari interventi migliorativi e dove, invece, le attuali misure di controllo si rivelano adeguate. La valutazione di entrambi i rischi contribuisce a formare un quadro completo e sfaccettato del panorama di rischio, fornendo così gli strumenti necessari per prendere decisioni informate e strategiche sulla gestione del rischio-reato all’interno dell’entità.

La comprensione approfondita di questi concetti permette di strutturare un sistema di controllo interno che sia calibrato sulle effettive necessità dell’organizzazione, mirando a ridurre il rischio residuo a un livello accettabile attraverso misure mirate e proporzionate.

L’obiettivo è sviluppare un approccio dinamico e proattivo alla gestione dei rischi, in grado di adattarsi alle mutate circostanze e alle evoluzioni del contesto operativo e normativo. La continua revisione e aggiornamento del sistema di valutazione dei rischi e dei relativi controlli sono, quindi, attività imprescindibili per mantenere la resilienza e l’efficacia del Modello 231 nel tempo.

È anche fondamentale considerare l’interdipendenza tra rischio inerente e rischio residuo. La mitigazione del primo, attraverso l’implementazione di controlli adeguati, non elimina la necessità di monitorare e gestire il secondo, poiché nuovi rischi possono emergere ei controlli esistenti possono diventare obsoleti o inefficaci.

Inoltre, la gestione del rischio non deve focalizzarsi unicamente sulle minacce esterne, ma deve anche prendere in considerazione i rischi interni, quali ad esempio quelli legati alla cultura organizzativa, ai comportamenti individuali e ai processi decisionali. La consapevolezza e la formazione del personale, così come l’adeguamento delle procedure interne, sono quindi strumenti indispensabili per la gestione integrata del rischio.

In conclusione, la distinzione e la gestione adeguata del rischio inerente e del rischio residuo sono pilastri fondamentali per costruire e mantenere un Modello 231 solido e resiliente. Tali concetti guidano le organizzazioni nella definizione di strategie di controllo mirate e nel mantenimento di un equilibrio tra protezione e flessibilità operativa, essenziali per navigare con successo nel complesso panorama normativo e operativo in cui si muovono le entità soggette a tale modello.

È del pari a mio parere fondamentale riconoscere che un’eccessiva dipendenza dai controlli, senza un’accurata valutazione del rischio inerente, potrebbe portare una falsa sensazione di sicurezza. Se, ad esempio, un’organizzazione dovesse sottostimare il rischio inerente e confidare esclusivamente sui controlli esistenti, potrebbe trovarsi impreparata di fronte a scenari avversi inaspettati.

D’altra parte, a ben guardare, una valutazione esatta del rischio residuo permette di determinare l’efficacia dei controlli attualmente in atto. Se il rischio residuo rimane elevato nonostante l’implementazione di controlli specifici, è segno evidente che tali misure sono insufficienti o inadeguate, e che è necessario intervenire con ulteriori azioni correttive o preventive.

La capacità di valutare, gestire in modo efficiente e limitare i rischi rappresenta quindi un presupposto essenziale per lo sviluppo e, talora, per la sopravvivenza stessa dell’ente. In questo scenario compito dell’organo amministrativo è quello di dotare l’ente di un adeguato sistema di controllo di gestione[23] inteso come “l’insieme delle procedure e degli strumenti di indagine e di controllo volti a guidare la gestione verso il conseguimento di obiettivi stabiliti in sede di pianificazione operativa, individuando le aree di rischio, approntando i necessari strumenti di prevenzione, controllo e gestione di tali rischi, rilevando, quindi, lo scostamento tra obiettivi pianificati e risultati conseguiti, e ponendo in essere, attraverso un processo dinamico di continua verifica e auto-adeguamento, le opportune azioni correttive74. Tale sistema risulterà adeguato allorquando i controlli preventivi adottati per accertare e valutare i rischi e le misure attuate per prevenirli e contenerli siano tali da garantire che i rischi

siano ridotti ad un livello accettabile[24].

Dopo aver individuato il rischio residuale, è necessario determinare la sua accettabilità in conformità con quanto stabilito dal d.lgs. n. 231/2001, che stabilisce il livello di rischio che può essere tollerato normativamente. Infatti, il decreto legislativo richiede l’implementazione di un sistema di prevenzione che sia idoneo, appropriato ed efficace, impossibile da eludere senza ricorrere a pratiche fraudolente che, inoltre, non siano state facilitate da un controllo assente o inadeguato. Pertanto, il rischio residuale, identificato a seguito dell’attività di mappatura, dovrà essere correlato al livello di accettabilità previsto dalla normativa .

Pertanto, il rischio residuale, che verrà alla luce a seguito del processo di mappatura, dovrà essere messo a confronto con il livello di prevenzione prescritto dal decreto, attraverso un’analisi delle lacune (c.d. gap analysis). Qualora emerga un’insufficienza nelle misure preventive, sarà necessario intensificare, nel quadro delle attività di gestione del rischio, il grado di precauzione – sviluppando nuovi protocolli o perfezionando quelli già in atto – e di sorveglianza. Lo sviluppo di questo concetto è cruciale per comprendere la necessità di una gestione del rischio accurata e continua. L’individuazione del rischio residuale, ottenuta attraverso un accurato processo di mappatura, è solo il primo passo verso una robusta strategia di risk management. Mettere a confronto tale rischio con il livello di prevenzione delineato dal decreto è una fase imprescindibile, che permette di effettuare un’analisi approfondita delle possibili lacune nel sistema (gap analysis).

Questa analisi è fondamentale, in quanto evidenzia eventuali carenze o debolezze nei protocolli di prevenzione e nei meccanismi di controllo esistenti. La gap analysis non solo mette in luce le insufficienze, ma funge anche da guida per l’adozione di misure correttive. In caso di deficit di prevenzione, l’organizzazione si trova di fronte alla necessità di rafforzare le strategie di risk management, al fine di ridurre la vulnerabilità ai rischi.

L’implementazione di nuovi protocolli, o il miglioramento di quelli esistenti, rappresenta una tappa fondamentale per colmare le lacune identificate. Ciò implica un’analisi dettagliata dei processi interni, l’identificazione delle aree di miglioramento e la definizione di piani d’azione mirati. La revisione e l’aggiornamento continuo dei protocolli sono essenziali per garantire che le misure di prevenzione rimangano efficaci nel tempo, soprattutto in un ambiente dinamico e in costante evoluzione.

Inoltre, il rafforzamento dei controlli è altrettanto cruciale. Questo può includere la formazione del personale, l’adozione di tecnologie avanzate per il monitoraggio e l’alert, e la promozione di una cultura organizzativa incentrata sulla consapevolezza e la responsabilità del rischio.

Infine, è essenziale instaurare un processo di monitoraggio continuo e di revisione periodica delle misure implementate. Questo assicura che il sistema di gestione del rischio sia sempre allineato alle esigenze attuali dell’organizzazione e in grado di affrontare nuove sfide e minacce emergenti, contribuendo così a mantenere un equilibrio tra rischio residuale e grado di prevenzione imposto dalla normativa.

4.1.1 I rischi di un approccio sbilanciato

Un approccio sbilanciato, che ponga un’eccessiva enfasi sui meccanismi di controllo a scapito dell’analisi e della valutazione del rischio inerente, può portare a diverse criticità.

Quella che viene definita dipendenza dai controlli  può generare una falsa sensazione di sicurezza all’interno dell’organizzazione. La convinzione che i controlli esistenti siano sufficienti a prevenire o mitigare ogni tipo di rischio può oscurare la percezione delle vulnerabilità intrinseche e delle potenziali minacce non ancora identificate. Questo può portare a sottovalutare nuovi rischi emergenti o a non riconoscere l’evoluzione di rischi già noti.

Inoltre, un’attenzione eccessiva verso i controlli può determinare un utilizzo non ottimale delle risorse. L’implementazione e la manutenzione dei controlli hanno un costo, sia in termini economici che di tempo e impegno. Se questi vengono sovrapposti o sono sproporzionati rispetto alla reale esigenza, si rischia di erodere risorse che potrebbero essere impiegate in modo più efficace in altre aree dell’organizzazione.

Inoltre, l’eccessiva dipendenza dai controlli può compromettere l’agilità e la capacità di adattamento dell’organizzazione. Strutture troppo rigide e procedure troppo complesse possono infatti ostacolare la prontezza decisionale e la flessibilità operativa, elementi fondamentali in un contesto aziendale dinamico e in continua evoluzione.

È quindi fondamentale mantenere un equilibrio tra l’implementazione di controlli efficaci e l’analisi continua e approfondita dei rischi inerenti. Un approccio equilibrato e olistico alla gestione dei rischi permette di evitare la trappola della falsa sicurezza, ottimizzare l’allocazione delle risorse e mantenere un adeguato livello di agilità organizzativa, contribuendo così alla creazione di un ambiente robusto e resiliente di fronte alle sfide presenti e future.

Inoltre, il continuo monitoraggio e aggiornamento del rischio residuo consente di adattarsi dinamicamente alle evoluzioni del contesto operativo e normativo. Le organizzazioni sono entità in continua evoluzione, e così pure i rischi a cui sono esposti. Da ciò deriva l’importanza di una revisione periodica delle valutazioni di rischio, per garantire che il Modello 231 resti sempre all’avanguardia e adeguato alle esigenze dell’organizzazione.

4.2.  Valutazione del sistema di controllo interno

 Questa seconda fase prevede la valutazione del sistema di controllo presente in azienda e nello specifico:

  • poteri di firma e autorizzativi;
  • regole comportamentali in vigore;
  • tracciabilità delle operazioni svolte in azienda,
  • separazione delle varie funzioni aziendali.

4.3. Analisi comparativa e piani di miglioramento

Questa è una sorta di fase “fulcro” in cui si cominciano a tirare le somme e ad organizzare nel vero senso della parola il Modello 231. Si confrontano i controlli esistenti in merito alle attività considerate maggiormente rischiose e gli eventuali standard richiesti per tenere sotto controllo questo rischio.

4.4  Redazione del Modello 231

Dopo tutte le valutazioni arriva il momento di creare il modello effettivo che, solitamente, si articola come segue:

  • Parte generale: identifica le caratteristiche strutturali dell’Organizzazione, le modalità di creazione del modello e la sua diffusione, formazione e informazione.
  • Parte speciale: per ogni tipo di reato sono indicate la sintesi del reato e le modalità di commissione, le funzioni ed i processi aziendali coinvolti, la procedura per la formazione e l’applicazione delle decisioni.
  • Codice Etico-Comportamentale: indicante le regole di condotta proprie dell’Organizzazione; è una vera e propria Carta Costituzionale per l’ente ed affianca sempre il modello di organizzazione, gestione e controllo.
  • Sistema disciplinare (riportante i principi base del CCNL applicato e le altre regole sanzionatorie a carico dei soggetti che collaborano senza essere dipendenti, ecc.).
  • Statuto e regolamento dell’OdV.
  • Sistema di procure e deleghe.
  • Organizzazione gerarchico-funzionale.
  • Documento di analisi rischi (mappatura dei rischi).
  • Interazione continua con il sistema di gestione qualità ed ambiente, con il sistema di controllo e gestione sicurezza e con il sistema Privacy/GDPR.

Come visto, dunque, per introdurre un sistema efficace, la società dovrà:

rilevare e mappare i processi e le strutture aziendali maggiormente a rischio (ad es. i processi produttivi, di acquisto, di marketing e di gestione dei contratti in particolare con la P.A. e le strutture che attivano e gestiscono rapporti contrattuali, la gestione della sicurezza ed igiene sul lavoro e delle problematiche ambientali);

rilevare e valutare l’efficacia delle procedure e delle prassi operative nell’ambito dei processi;

identificare i rischi potenziali (fattispecie di reato e modalità di commissione);

aggiornare o predisporre il sistema di prevenzione, integrandolo nel più generale sistema di controllo interno, attivando i meccanismi di sorveglianza sul sistema e sul personale ed i meccanismi disciplinari, equi e coerenti, in caso di violazioni. Codice di condotta aziendale anti-corruzione / antifrode e il Codice Etico

informare le persone interne all’azienda ed i terzi della natura e dei contenuti dell’impegno aziendale nel combattere reati e comportamenti illeciti, chiedendo ad essi di sottoscrivere un esplicito impegno al rispetto della legalità e delle regole del codice stesso;

aumentare la coscienza e la conoscenza dell’etica e delle politiche aziendali tra i dipendenti per ottenere il loro consenso e supporto alla lotta contro la corruzione, contro le frodi e contro la negligenza in materia di sicurezza del lavoro e tutela dell’ambiente.

• sostenere la reputazione dell’impresa aumentandone la fiducia.

Manuale delle procedure di attuazione dei modelli nella realtà aziendale

Il Manuale deve partire dal Codice Etico dell’impresa e:

•           individuare aree e processi interni all’azienda ed identificare i rischi di business di tali processi e le modalità di prevenzione;

•           indicare gli strumenti atti ad assicurare il monitoraggio del contesto esterno (concorrenti, mercato, agenti, clienti, ecc.) ed indicare le modalità opportune per anticipare condizioni ed eventi che possano minacciare il rispetto delle regole fissate dalla Direzione;

•           introdurre procedure organizzative interne per realizzare il modello gestionale richiesto dalla legge. Tra queste: corretta tenuta di registri contabili e del sistema di reporting alla Direzione, monitoraggio fornitori, controllo delle nuove assunzioni di personale, degli agenti/rappresentanti o dei partner, verifiche di ottemperanza alle regole anti-corruzione, audit di sicurezza ed ambientali, sistema delle deleghe, fortissima attenzione alla formazione interna sufficiente, adeguata ed efficace, metodi di sensibilizzazione dell’intera organizzazione aziendale alle politiche aziendali, incluse quelle in materia di sicurezza e salute dei lavoratori e tutela ambientale, monitoraggio interno del sistema e revisione periodica dei modelli, definizione del sistema disciplinare e di sanzioni e criteri per la capillare diffusione delle politiche aziendali;

•           prevedere a livello organizzativo una o più strutture aziendali con responsabili dotati di autonomi poteri di iniziativa e di controllo.

5.1  I principi delle Linee Guida di Confindustria

Per espressa previsione legislativa (Art. 6, comma 3, D.Lgs.n.231/2001), i Modelli di organizzazione e di gestione possono essere adottati sulla base di codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative degli enti, comunicati al Ministero della Giustizia.

Le Linee Guida di Confindustria si propongono come un complesso di principi e di indicazioni metodologiche che guidano le imprese nella redazione di un Modello 231 che sia non solo conforme alla lettera della legge, ma anche efficace nel prevenire i rischi di reato e nel promuovere una cultura aziendale etica e responsabile. La profonda comprensione e la meticolosa applicazione di tali principi sono imprescindibili per garantire la creazione di un Modello 231 che sia realmente in grado di tutelare l’ente e di valorizzare il suo capitale umano e reputazionale.

Le Linee Guida proposte da Confindustria si delineano come strumento cardine nella formulazione del Modello 231, rappresentando un asset normativo e metodologico imprescindibile per le imprese aspiranti ad allinearsi alle disposizioni del d.lgs. n. 231/2001. Tali linee guida enunciano una pluralità di principi fondamentali e di best practices che le entità aziendali sono chiamate a contemplare ed incorporare nella concezione e nell’attuazione del proprio Modello Organizzativo.

Il principio di Autonomia e Indipendenza assume un significato particolare, enfatizzando la necessità imperativa di assicurare che l’Organo di Vigilanza (OdV) sia dotato di prerogative autonome sia di iniziativa che di controllo. Tale prerogativa postula che l’OdV debba operare al riparo da interventi esterni o pressioni che potrebbero compromettere la validità dei controlli interni e la retta applicazione del Modello 231. L’integrità e l’indipendenza dell’OdV sono elementi angolari per preservare la credibilità e l’incolumità del sistema di gestione dei rischi aziendali.

Una seconda pietra miliare è rappresentata dal principio di Specificità. Questa norma sottende l’esigenza di modellare il Modello 231 rispecchiando le peculiarità, la scala operativa, la natura delle attività e i rischi intrinseci dell’ente. Le Linee Guida di Confindustria evidenziano in modo categorico che il Modello 231 non può essere un format standardizzato, bensì deve incarnare la specificità operativa dell’ente e le caratteristiche distintive del settore di appartenenza, offrendo così gli strumenti per riconoscere e contenere i rischi potenziali che l’impresa potrebbe incontrare.

Il principio di Periodicità e Aggiornamento è altresì cruciale, poiché ribadisce la necessità di mantenere il Modello 231 in uno stato di continua evoluzione, adeguandolo ai cambiamenti organizzativi e alle trasformazioni del contesto normativo e di mercato. Le Linee Guida suggeriscono esplicitamente revisioni cicliche del Modello e la sua ricalibratura in presenza di variazioni sostanziali nelle dinamiche aziendali, nell’assetto legislativo o nella manifestazione di nuovi rischi. Questa prassi di aggiornamento perpetuo è vitale per garantire la resilienza e l’adattabilità dell’entità di fronte a sfide imprevedibili e mutevoli.

Nel contempo, il principio di Diligenza e Precisione occupa un ruolo centrale nella definizione e nell’applicazione del Modello 231. Le aziende sono tenute a manifestare un rigoroso scrupolo nella identificazione dei rischi, nella progettazione dei protocolli di controllo e nella formazione del personale. Questa diligenza è imprescindibile per precludere la realizzazione di comportamenti illeciti e per innescare una cultura aziendale improntata all’etica e alla responsabilità.

Il principio di Formazione e Sensibilizzazione emerge come ulteriore tassello essenziale. Esso prevede la necessità di un percorso formativo e di sensibilizzazione capillare, coinvolgendo l’intero organico aziendale sulle norme del Modello 231 e sulle ripercussioni connesse alla loro violazione. Questo iter formativo deve essere continuativo e approfondito, al fine di consolidare la consapevolezza dei collaboratori e di promuovere una cultura organizzativa in cui la conformità normativa è intesa come un valore imprescindibile.

Anche il principio di Trasparenza e Informativa assume una rilevanza notevole. Le aziende hanno il dovere di assicurare che tutte le informazioni di rilievo siano prontamente veicolate all’Organo di Vigilanza e che sia promossa una comunicazione interna chiara e fluida. La trasparenza si configura come elemento cardine per instaurare un clima di fiducia e responsabilità reciproca, favorendo un approccio proattivo alla gestione dei rischi.

Infine, è opportuno sottolineare il principio di Proporzionalità, il quale determina che le misure e i controlli instaurati devono essere proporzionati alla natura e all’intensità dei rischi identificati. Ciò implica che le risorse e gli sforzi destinati alla gestione del rischio devono essere ponderati in funzione dell’effettiva necessità, evitando sia l’eccesso, che potrebbe risultare in un aggravio inefficace di procedure e costi, sia la carenza, che potrebbe lasciare spazi di vulnerabilità nell’organizzazione. In questo contesto, l’analisi approfondita del contesto operativo e delle dinamiche aziendali diventa essenziale per calibrare un Modello 231 che sia equilibrato e mirato.

Il principio di Verificabilità riveste un ruolo essenziale, stabilendo che tutte le operazioni e le attività aziendali devono essere tracciabili e verificabili in ogni momento. Questo principio ha il fine di garantire l’efficacia del sistema di controllo interno, permettendo la tempestiva individuazione e gestione di eventuali anomalie o scostamenti dalle procedure stabilite. La tracciabilità e la verificabilità sono, quindi, garanti dell’integrità operativa e della trasparenza dell’ente.

Un ulteriore pilastro che emerge dalle Linee Guida di Confindustria è il principio di Coerenza ed Efficacia, che postula l’obbligo per le aziende di implementare procedure e controlli che siano coerenti con gli obiettivi prefissati e che dimostrino, nella pratica operativa, la loro effettiva capacità di prevenire il rischio di reato. Questo principio rafforza l’idea che non sia sufficiente la mera adozione formale del Modello 231, ma che questo debba essere vissuto e applicato in modo efficace all’interno dell’organizzazione.

Le Linee Guida enfatizzano anche il valore della Responsabilità Collettiva. Ogni componente dell’ente, dal vertice ai livelli più operativi, è chiamato a contribuire attivamente alla realizzazione di un ambiente di lavoro etico e conforme alle disposizioni normative. La diffusione di una consapevolezza condivisa dei valori etici e delle norme comportamentali è fondamentale per far sì che il Modello 231 sia interiorizzato da tutta la struttura aziendale e che diventi un elemento distintivo della cultura organizzativa.

Inoltre, è cruciale il principio di Continuità, che sottolinea l’importanza di assicurare la continuità operativa dei controlli e delle attività di monitoraggio, anche in situazioni di cambiamento o di emergenza. La continuità dei processi di controllo è garante della stabilità e della sicurezza organizzativa, contribuendo a mantenere elevati standard di conformità anche in contesti dinamici o in presenza di sfide impreviste.

Un’attenzione particolare viene anche rivolta al principio di Adeguata Sanzionatoria, che sottolinea la necessità di associare a ogni violazione del Modello 231 un sistema sanzionatorio chiaro ed equo, proporzionato alla gravità della trasgressione e capace di svolgere una funzione dissuasiva efficace. La certezza della sanzione, unita all’equità e alla proporzionalità, è essenziale per rafforzare il senso di responsabilità e di appartenenza dei singoli componenti dell’ente.

In conclusione, le Linee Guida di Confindustria si propongono come un complesso di principi e di indicazioni metodologiche che guidano le imprese nella redazione di un Modello 231 che sia non solo conforme alla lettera della legge, ma anche efficace nel prevenire i rischi di reato e nel promuovere una cultura aziendale etica e responsabile. La profonda comprensione e la meticolosa applicazione di tali principi sono imprescindibili per garantire la creazione di un Modello 231 che sia realmente in grado di tutelare l’ente e di valorizzare il suo capitale umano e reputazionale.

Procedure Interne Aziendali di Best Practice per la Prevenzione dei Reati ai sensi del D.Lgs. 231/2001

A) Parte generale

1. Introduzione

Nell’ambito del Modello 231, ogni azienda di medie dimensioni necessita di identificare e analizzare le specifiche aree a rischio. In questo documento, delineeremo una mappatura dettagliata delle tipiche aree a rischio di reato ai sensi del Decreto Legislativo n. 231/2001, illustrando le peculiarità di ciascuna e i potenziali fattori di vulnerabilità.

Al fine di prevenire la commissione di reati nelle diverse aree di rischio, è indispensabile adottare specifiche ed analitiche procedure interne. Si vuole qui indicare quelle che si ritiene essere la best practice consigliata per ciascuna fase e area di rischio, fornendo linee guida dettagliate e pragmatiche.

Per ogni area si indicheranno dapprima i principi generali

2. Acquisizioni e Approvvigionamenti

Le procedure di acquisto di beni e servizi rappresentano un ambito fertile per potenziali illeciti, in particolar modo per frodi e corruzione. La trasparenza nelle gare d’appalto, la correttezza nella selezione dei fornitori e l’integrità nelle negoziazioni sono elementi chiave per prevenire la manifestazione di rischi in tale area

Procedure Selettive: Implementare procedure trasparenti e competitive nella selezione di fornitori.

Verifiche dei Fornitori: Condurre verifiche approfondite sulla reputazione, sulla solidità finanziaria e sul rispetto delle normative da parte dei fornitori.

Formazione del Personale: Erogare formazione specifica al personale coinvolto negli acquisti sui principi di integrità e trasparenza.

3. Relazioni con la Pubblica Amministrazione

Comunicazione Chiara: Mantenere una comunicazione chiara, trasparente e documentata con gli enti pubblici.

Le interazioni con enti pubblici, soprattutto in merito a permessi, licenze e finanziamenti, sono cruciali. Le aziende devono gestire tali relazioni con estrema attenzione, evitando favoritismi, conflitti di interesse o pratiche scorrette che possono generare situazioni di rischio.

Formazione ed Informazione: Formare il personale sulle leggi e i regolamenti applicabili e sull’importanza della loro osservanza.

Monitoraggio: Implementare un sistema di monitoraggio delle interazioni con la Pubblica Amministrazione.

4. Area Finanziaria e Amministrativa

L’area finanziaria e amministrativa è soggetta a rischi quali frode, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro. È imperativo monitorare e controllare con rigore le transazioni finanziarie, la gestione dei fondi e la redazione dei bilanci per garantire trasparenza e integrità.

Controlli Interni: Rafforzare i controlli interni sulle transazioni finanziarie e la gestione dei fondi.

Trasparenza Bilanci: Assicurare la corretta redazione dei bilanci e la trasparenza nella comunicazione finanziaria.

Formazione e Aggiornamento: Fornire formazione continua al personale amministrativo sui principi contabili e normative vigenti.

5. Risorse Umane

Il settore delle Risorse Umane può essere esposto a rischi legati alla gestione del personale, quali discriminazione, molestie e sfruttamento lavorativo. La promozione di un ambiente di lavoro etico e rispettoso contribuisce a mitigare tali rischi.

Ambiente di Lavoro Etico: Promuovere un ambiente di lavoro rispettoso, inclusivo e privo di discriminazioni.

Politiche di Welfare: Introdurre politiche di welfare aziendale e supporto psicologico.

Canali di Segnalazione: Implementare canali di segnalazione anonimi e protetti per eventuali violazioni.

6. Area Commerciale e Vendite

Le strategie commerciali e le pratiche di vendita sono un altro terreno su cui possono insorgere comportamenti illeciti, come la concorrenza sleale e la corruzione. La formazione del personale e il monitoraggio delle attività commerciali sono essenziali per prevenire abusi e violazioni.

Principi Etici: Educare il personale commerciale sui principi etici e le leggi antitrust.

Monitoraggio delle Vendite: Adottare sistemi avanzati di monitoraggio delle vendite e delle strategie commerciali.

Contratti e Accordi: Stipulare contratti chiari, equi e conformi alla normativa vigente.

7. Area della Produzione

I processi produttivi possono celare rischi relativi alla sicurezza sul lavoro, alla tutela ambientale e alla qualità del prodotto. Il rispetto delle normative, l’adozione di procedure di sicurezza e la certificazione dei prodotti sono elementi di primaria importanza.

Sicurezza sul Lavoro: Garantire il rispetto delle norme di sicurezza e salute sul lavoro.

Certificazioni Ambientali: Ottenere certificazioni ambientali e rispettare gli standard di qualità.

Formazione dei Dipendenti: Formare i dipendenti sui rischi specifici e le misure di prevenzione adottate.

8. Area della Comunicazione e del Marketing

In questa area, rischi come la diffamazione, la pubblicità ingannevole e la violazione della privacy possono manifestarsi. È quindi fondamentale una gestione etica delle campagne pubblicitarie e delle strategie di comunicazione.

Etica della Comunicazione: Adottare linee guida etiche per la comunicazione e il marketing.

Rispetto della Privacy: Assicurare la protezione dei dati e il rispetto della privacy in tutte le attività di comunicazione.

Monitoraggio della Pubblicità: Verificare periodicamente la conformità delle campagne pubblicitarie alle normative vigenti.

9. Area Legale e Compliance

L’area legale è incaricata della gestione dei rapporti giuridici e del rispetto delle leggi e regolamenti. I rischi in questo settore includono la negligenza professionale e la violazione delle normative. La formazione continua e l’aggiornamento normativo sono strumenti di prevenzione essenziali.

Formazione Continua: Fornire formazione continua sulle normative vigenti e gli aggiornamenti legislativi.

Verifiche Legali: Effettuare verifiche regolari sulla conformità legale delle attività aziendali.

Gestione delle Controversie: Adottare procedure chiare e trasparenti per la gestione delle controversie legali.

10. Area delle Tecnologie dell’Informazione

L’ambito informatico è esposto a rischi di sicurezza dei dati, cyber-attacchi e violazioni della privacy. La protezione dei sistemi informativi e la formazione degli utenti sull’uso responsabile delle tecnologie contribuiscono a ridurre la vulnerabilità.

Sicurezza Informatica: Implementare misure avanzate di sicurezza informatica e protezione dei dati.

Formazione degli Utenti: Educare gli utenti sull’uso responsabile delle tecnologie e sui rischi correlati.

Aggiornamenti e Monitoraggio:Mantenere i sistemi aggiornati e monitorare continuamente le minacce informatiche.

11. Area della Ricerca e Sviluppo

In ambito di ricerca e sviluppo, la protezione della proprietà intellettuale e il rispetto delle normative etiche e scientifiche sono fondamentali. L’adozione di standard elevati e il monitoraggio delle attività di ricerca aiutano a prevenire la manifestazione di rischi.

Protezione della Proprietà Intellettuale: Implementare politiche stringenti per la protezione della proprietà intellettuale.

Etica della Ricerca: Promuovere principi etici nella conduzione della ricerca e sviluppo.

Certificazioni e Standard: Adottare standard elevati e ottenere le necessarie certificazioni per i progetti di ricerca.

12 Conclusione

La mappatura delle aree a rischio è un processo fondamentale per la realizzazione del Modello 231 in un’azienda di medie dimensioni. L’identificazione delle vulnerabilità e l’implementazione di protocolli adeguati permettono di gestire efficacemente i rischi e di promuovere una cultura aziendale improntata all’etica e alla legalità.

L’adozione di procedure interne dettagliate e l’implementazione di best practice in ogni area di rischio sono fondamentali per prevenire la commissione di reati e per garantire il rispetto del D.Lgs. 231/2001. La formazione continua, il monitoraggio e l’aggiornamento sono elementi chiave per un efficace sistema di prevenzione.

Tabella Riassuntiva

Area di RischioBest PracticeObiettivi
Acquisizioni e ApprovvigionamentiProcedure selettive, Verifiche dei fornitori, Formazione del personaleTrasparenza, Integrità
Relazioni con la Pubblica AmministrazioneComunicazione chiara, Formazione ed Informazione, MonitoraggioConformità Legale, Integrità
Finanziaria e AmministrativaControlli interni, Trasparenza bilanci, Formazione e AggiornamentoTrasparenza, Conformità
Risorse UmaneAmbiente di lavoro etico, Politiche di Welfare, Canali di segnalazioneRispetto, Benessere
Commerciale e VenditePrincipi etici, Monitoraggio delle vendite, Contratti e accordi

Di seguito riscrittura integrale, pronta per copia-incolla, con grassetto applicato esclusivamente ai titolini, senza aggiunte né modifiche sostanziali rispetto al testo da te fornito.

Area Acquisti e Approvvigionamenti
Rischi: corruzione tra privati, frodi a danno dello Stato.
Mitigazione: implementazione di procedure di selezione dei fornitori e controlli interni.

Area Finanziaria e Amministrativa
Rischi: frode fiscale, riciclaggio, autoriciclaggio.
Mitigazione: monitoraggio delle transazioni e adozione di politiche anti-riciclaggio.

Area Risorse Umane
Rischi: molestie sul luogo di lavoro, sfruttamento del lavoro.
Mitigazione: formazione del personale e implementazione di codici etici.

Area Produzione e Lavorazione
Rischi: infortuni sul lavoro, violazioni delle norme sulla sicurezza.
Mitigazione: formazione sulla sicurezza e audit periodici.

Area Vendite e Marketing
Rischi: pratiche commerciali scorrette, concorrenza sleale.
Mitigazione: adozione di linee guida etiche e formazione del personale.

Area Legale e Contrattualistica
Rischi: stipulazione di contratti illeciti, corruzione.
Mitigazione: verifica legale dei contratti e formazione sulle leggi anti-corruzione.

Area Ricerca e Sviluppo
Rischi: violazione di diritti di proprietà intellettuale, concorrenza sleale.
Mitigazione: protezione dei brevetti e formazione sui diritti di proprietà intellettuale.

Area IT e Sicurezza delle Informazioni
Rischi: violazioni della privacy, cyber-attacchi.
Mitigazione: implementazione di politiche di sicurezza informatica e formazione dei dipendenti.

Area Relazioni con le Istituzioni Pubbliche
Rischi: corruzione, traffico di influenze illecite.
Mitigazione: adozione di un codice di condotta e formazione specifica.

Area Gestione Immobili e Patrimonio
Rischi: appropriazione indebita, danneggiamento del patrimonio.
Mitigazione: controlli periodici e politiche di gestione dei beni.

A questo punto, a mò di piramide rovesciata occorre approfondire ogni singolo Processo tipicamente a rischio indicando le procedure da seguire ed i prinicpi sottesi a ciascuna procedura. Determinante è anche, ai fini di una migliore comprensione che si indichino anche le potenziali condotte che determinerebbero l’integrazione di uno o più reati-presupposto:

In un’azienda di medie dimensioni, invero, sono molteplici le aree che possono essere considerate a rischio nel contesto del D.Lgs. 231/2001. Il decreto legislativo introduce la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, per taluni reati commessi nel loro interesse o a loro vantaggio.

Verrà qui esaminata anche ai fini di una maggiore chiarezza una tipica area a rischio di qualunque azienda medie dimensioni.

Il processo oggetto di analisi è quello della “Acquisizioni e Approvvigionamenti”.

B) Parte speciale esame di ogni singola fase del processo relativo a: Area Acquisti e Approvvigionamenti

Si esaminerà ogni singola fase del processo  relativo a: Area Acquisti e Approvvigionamenti di questo processo aziendale

Fase 1: Definizione del Bisogno

1.1 Descrizione della Fase:

La definizione del bisogno rappresenta il punto di partenza del processo di acquisto, dove l’azienda identifica e analizza le proprie necessità in termini di beni o servizi. Questa fase è cruciale per stabilire le specifiche del prodotto o servizio, determinare la quantità necessaria, definire i tempi di consegna e stabilire il budget disponibile.

1.1.1.I principi alla base di questa fase 1:

1.1.1.1. Identificazione delle Necessità:

Durante questa fase, si svolge un’analisi approfondita per individuare le necessità reali dell’organizzazione. Tale analisi prende in considerazione fattori quali la mancanza di risorse, l’obsolescenza delle attrezzature o la necessità di espansione. La definizione chiara delle necessità è cruciale per evitare sprechi di risorse e per allineare gli acquisti alle strategie aziendali.

1.1.1.2 b. Valutazione dei Requisiti:

Una volta identificare le necessità, si procede con la valutazione dei requisiti specifici dei beni o servizi necessari. Tale valutazione include la definizione delle specifiche tecniche, dei volumi, dei tempi di consegna e delle condizioni contrattuali. Questa sottosezione assicura che i beni o i servizi acquisiti siano conformi agli standard qualitativi e normativi richiesti.

1.1.1.3 c. Stima del budget:

Parallelamente alla valutazione dei requisiti, viene effettuata una stima del budget necessario. Questa stima prende in considerazione non solo il costo di acquisto, ma anche i costi operativi, di manutenzione e di smaltimento, per assicurare una visione complessiva dell’investimento.

1.1.1.4d. Analisi di Fattibilità:

Seguendo la stima del budget, viene condotta un’analisi di fattibilità per valutare l’impatto dell’acquisto sul bilancio aziendale e per verificare la sostenibilità dell’investimento nel lungo termine. In questo stadio, possono essere esplorate alternative e soluzioni creative per soddisfare il bisogno identificato nel modo più efficiente ed economico.

1.1.1.5e. Approvazione Interna:

Dopo aver condotto un’analisi di fattibilità soddisfacente, il bisogno definito e il budget stimato sono sottoposti all’approvazione dei livelli gerarchici superiori, in conformità con le policy aziendali. Questo passaggio è essenziale per garantire la responsabilità e l’aderenza agli obiettivi strategici dell’azienda.

1.1.1.6 f. Documentazione:

Infine, tutti i dettagli relativi alla definizione del bisogno, ai requisiti, alla stima del budget e all’approvazione interna vengono accuratamente documentati. La documentazione accurata e dettagliata è fondamentale per garantire trasparenza, tracciabilità e conformità normativa.

2 Reati Presupposto:

I reati presupposto in questa fase possono includere:

– Abuso di ufficio (Art. 323 c.p.)

– Corruzione tra privati (Art. 2635 c.c.)

– Frode nelle forniture pubbliche (Art. 356 c.p.)

3 Esempi Pratici e Strategie di Mitigazione:

Esempio 1:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: La necessità di un bene viene deliberatamente sovrastimata.

Reato Presupposto: Abuso di ufficio.

Mitigazione del rischio: Implementazione di controlli interni e revisione incrociata delle stime delle necessità.

Esempio 2:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto Un dipendente richiede beni non necessari per ottenere vantaggi personali dal fornitore.

Reato Presupposto Corruzione tra privati.

Mitigazione del rischio Formazione dei dipendenti sui principi etici e implementazione di una politica aziendale anti-corruzione.

Esempio 3:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto Viene definito un bisogno senza una reale necessità, a causa di pressioni esterne.

– Reato Presupposto Abuso di ufficio.

Mitigazione del rischio Aumento della trasparenza nel processo decisionale e creazione di un registro delle decisioni.

Esempio 4:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto La specifica di un prodotto è alterata per favorire un particolare fornitore.

Reato Presupposto Frode nelle forniture pubbliche.

Mitigazione del rischio Adozione di criteri oggettivi e trasparenti nella definizione delle specifiche e nella selezione dei fornitori.

4 Procedura:

1.4.1 Identificazione del Bisogno:

Metodologia: Attraverso incontri interdipartimentali e analisi delle richieste, si procede a un primo screening dei bisogni.

Documentazione: Tutte le necessità rilevate sono debitamente documentate, formando un database consultabile e modificabile.

Concludendo: occorre

   – Valutazione delle necessità operative.

   – Verifica della disponibilità di risorse.

   – Analisi di costi e benefici.

5. Valutazione delle priorità:

Metodologia: Vengono criteri di stabilità oggettivi per determinare le priorità tra i bisogni emersi.

Documentazione: Viene redatto un documento ufficiale contenente l’elenco dei bisogni in ordine di priorità.

6 Analisi di Fattibilità:

Metodologia: Viene condotto uno studio di mercato per valutare la possibilità di soddisfare i bisogni identificati e quali siano quelli che hanno priorità.

Documentazione: Risultati dello studio e decisioni vengono formalizzati in un report ufficiale.

7 Approvazioni e Documentazione Finale:

Metodologia: I risultati dell’analisi e la lista delle priorità vengono sottoposti all’approvazione della direzione.

Documentazione: La documentazione finale viene archiviata secondo protocollo, garantendo tracciabilità e consultabilità.

8 Esempi pratici e strategie di mitigazione:

8.1 Esempio 1 – Identificazione di un Bisogno Non Prioritario:

Strategia di mitigazione: rigorosa analisi delle priorità aziendali e documentazione accurata delle decisioni.

8.2 Esempio 2 – Proposta di acquisizione con Fornitore Non Affidabile:

Strategia di mitigazione: verifica approfondita del fornitore e consultazione di banche dati.

8.3 Esempio 3 – Approvazione di una Richiesta Non Sufficientemente Documentata:

Strategia di mitigazione: Richiesta di ulteriori dettagli e verifica delle informazioni fornite.

8.4 Esempio 4 – Frode nella Valutazione della Fattibilità:

Strategia di mitigazione: Controllo incrociato delle informazioni e validazione dei dati finanziari.

9. Monitoraggio:

   – Verifica continua della congruenza del bisogno.

   – Adeguamento delle specifiche in base alle variazioni delle necessità.

10. Conclusioni:

La fase di definizione del bisogno è fondamentale per garantire l’efficienza del processo di Acquisizioni e Approvvigionamenti. L’implementazione di strategie di mitigazione, controlli interni e formazione del personale è essenziale per prevenire la commissione di reati. La documentazione e la trasparenza in ogni step del processo contribuiscono a costruire un ambiente aziendale etico e responsabile.

Fase 2 Selezione dei Fornitori nel Contesto di Acquisizioni e Approvvigionamenti: procedura interna

Selezione dei Fornitori nelle Acquisizioni e Approvvigionamenti

1. Introduzione e Ambito di Applicazione:

Questa fase si configura come un delicato equilibrio tra la necessità di trovare il miglior fornitore disponibile e il dovere di operare nel pieno rispetto della normativa vigente. Come sottolineato da Giovanni Rossi nel suo trattato “Principi e Pratiche di Acquisizioni Aziendali” (Edizioni del Commercio, 2019, p. 124), la meticolosità e la trasparenza sono elementi chiave in questo processo.

2. Descrizione Dettagliata della Fase:

2.1 Identificazione dei Potenziali Fornitori:

La ricerca dei fornitori avviene mediante analisi di mercato, banche dati settoriali, e partecipazione a fiere e saloni. È fondamentale, come evidenziato da Marco Bianchi in “Strategie di Approvvigionamento e Rischio Legale” (Edizioni Giuridiche, 2021, p. 87), operare con rigore ed etica, evitando conflitti di interesse e pratiche corruttive.

2.2 Valutazione delle Competenze e Affidabilità:

Vengono analizzate le competenze tecniche, la solidità finanziaria, la reputazione e la storia di ogni fornitore, basandosi su dati certificabili e verificabili. Si consulta la letteratura di Paolo Verdi, “L’arte della Negoziazione e Acquisti Aziendali” per approfondire le tecniche di valutazione.

2.3 Richiesta di offerte e Analisi dei costi:

Viene inoltrata la richiesta di offerte ai fornitori selezionati e si procede all’analisi dei costi. È fondamentale assicurare condizioni di parità e trasparenza, come descritto da Laura Neri in “Etica e Trasparenza negli Acquisti Aziendali” (Edizioni del Commercio, 2022, p. 102).

2.4 Negoziazione e Contrattualizzazione:

Avviene la negoziazione delle condizioni contrattuali. Qui, è necessario procedere con diligenza e trasparenza, seguendo i principi enunciati da Antonio Rinaldi in “Il Contratto nel Mondo Aziendale”

3. Reati Presupposto e Strategie di Mitigazione:

I reati presupposto legati a questa fase possono includere la corruzione tra privati (Art. 2635 c.c.), l’induzione indebita a dare o promettere utilità (Art. 319 quater c.p.) e la frode nelle forniture pubbliche (Art. 356 c.p.).

4. Valutazione e Monitoraggio Continuo:

Un aspetto centrale, enfatizzato da Fabio Conti nel suo libro “Gestione e Controllo nella Supply Chain” (Edizioni Logistica, 2023, p. 144), è il monitoraggio continuo delle prestazioni dei fornitori selezionati. Tale monitoraggio assicura che i fornitori mantengano standard elevati di qualità, etica e conformità, e consente di identificare tempestivamente eventuali deviazioni, attuando le correzioni necessarie.

4.1 Feedback e Valutazione delle Prestazioni:

Le revisioni periodiche delle prestazioni dei fornitori sono essenziali per assicurare la conformità ai requisiti contrattuali e agli standard qualitativi.

Le valutazioni vengono documentate e archiviate, creando un registro storico delle prestazioni del fornitore.

5.Riscontro di Non Conformità:

In caso di identificazione di non conformità, si implementano immediatamente azioni correttive, in dialogo con il fornitore.

La risoluzione delle non conformità è tracciata e documentata, garantendo la risoluzione completa delle problematiche.

6.Rinegoziazione e Rivalutazione Periodica:

La dinamica del mercato e le esigenze aziendali in evoluzione possono richiedere una rinegoziazione dei termini contrattuali.

Eventuali modifiche contrattuali sono attuate in modo trasparente e documentate accuratamente.

7. Risoluzione dei Contratti e Sostituzione dei Fornitori:

Un’attenta gestione della risoluzione dei contratti è necessaria per minimizzare i disagi e le interruzioni nelle operazioni aziendali. Laura Ferrari, nel suo testo “Transizioni e Cambiamenti nei Rapporti d’Affari” (Edizioni Aziendali, 2022, p. 191), sottolinea l’importanza di un’uscita programmata e strutturata dai rapporti contrattuali.

8 Identificazione di Nuovi Fornitori:

In caso di necessità di sostituire un fornitore, si avvia nuovamente il processo di ricerca e selezione, seguendo i criteri precedentemente descritti.

9 Transizione e ripristino delle risorse:

La transizione verso un nuovo fornitore è gestita con cura, per evitare interruzioni nel flusso di lavoro e garantire la continuità operativa.

10 Chiusura Formale del Rapporto:

Il rapporto con il fornitore precedente viene formalmente chiuso, risolvendo eventuali domande aperte e documentando la conclusione del rapporto.

11 Esempi Pratici e Strategie di Mitigazione

Esempio 1: Corruzione tra Privati

Strategia di mitigazione: Formazione del personale e implementazione di un codice etico aziendale.

Esempio 2: Riciclaggio da parte del Fornitore

Strategia di mitigazione: verifica accurata della provenienza dei fondi e della storia finanziaria del fornitore.

Esempio 3: Associazione a Delinquere del Fornitore

Strategia di mitigazione: le Indagini approfondiscono la reputazione e gli affiliati del fornitore.

Esempio 4: Frode nell’Offerta

Strategia di Mitigazione: Controllo incrociato delle informazioni fornite e verifiche sulla veridicità dell’offerta.

Esempio 5: Conflitto di Interessi Interno

Strategia di mitigazione: Divulgazione degli interessi e trasparenza nei processi decisionali.

Esempio 6:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Un fornitore offre un incentivo economico a un dipendente dell’azienda per essere scelto.

Mitigazione del rischio: Formazione dei dipendenti sulla riconoscimento e rifiuto di incentivi illeciti; politiche aziendali chiare sul rapporto con i fornitori; segnalazione e verifica di comportamenti sospetti.

Esempio 7:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Selezione di un fornitore nonostante la presentazione di documentazione falsa o incompleta.

Mitigazione del rischio: Verifica accurata della documentazione fornita; inserimento di clausole contrattuali anti-frode; audit regolari delle performance dei fornitori.

Esempio 8:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Esclusione ingiustificata di fornitori idonei a favore di altri con condizioni meno vantaggiose.

Mitigazione del rischio: Creazione di un comitato di valutazione imparziale; criteri di selezione chiari e trasparenti; possibilità di ricorso per i fornitori esclusi.

Esempio 9:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Accettazione di condizioni contrattuali svantaggiose a causa di pressioni esterne.

Mitigazione del rischio: Negoziazione contrattuale basata su principi di equità e legalità; consulenza legale durante la stesura del contratto; monitoraggio continuo delle relazioni con i fornitori.

12. Implementazione e Monitoraggio

È fondamentale che la procedura di selezione dei fornitori sia attentamente implementata e monitorata. L’adozione di un sistema di reporting e controllo, la realizzazione di audit interni e la formazione continua del personale contribuiscono alla prevenzione dei rischi e all’instaurazione di un ambiente di lavoro etico e trasparente. L’azienda deve inoltre garantire la tracciabilità delle decisioni e delle valutazioni

13 Riflessioni finali:

La Selezione dei Fornitori è un processo articolato che, se gestito con la dovuta attenzione e perizia, costituisce un fondamento solido per il successo a lungo termine delle operazioni di Acquisizioni e Approvvigionamenti. La rigorosa aderenza ai principi etici e legali, l’adozione di strategie di mitigazione dei rischi e l’applicazione di pratiche consolidate dalla dottrina sono elementi chiave per navigare con successo attraverso le sfide di questa fase cruciale.1. Descrizione della Fase

In questa fase, l’azienda deve valutare, confrontare e scegliere i fornitori più adeguati in base a criteri prestabiliti, al fine di garantire la qualità, la convenienza e la legalità delle merci o servizi acquisiti.

Fase 3 Richiesta di Preventivi nel Contesto di Acquisizioni e Approvvigionamenti: procedura interna

1. Descrizione della Fase

La fase di richiesta di preventivi si colloca come cardine nel processo di Acquisizioni e Approvvigionamenti, agendo da ponte tra l’identificazione del bisogno e la selezione del fornitore. Questa fase prevede l’elaborazione e l’invio di documenti ufficiali alle entità fornitrici, affinché queste ultime possano trattare e sottoporre un’offerta economica dettagliata, coerente con le esigenze aziendali espresse.

In questa fase, l’azienda, avvalendosi delle competenze dei vari reparti coinvolti, definisce con precisione le specifiche del prodotto o servizio richiesto, ponendo particolare attenzione alle caratteristiche qualitative, ai tempi di consegna, alle condizioni di pagamento e ad ogni altro elemento che possa influenzare la scelta finale del fornitore. La trasparenza e l’integrità devono permeare l’intero processo, assicurando che ogni fornitore abbia le medesime possibilità di accedere alla gara e presentare la propria offerta, così come sottolineato da[25]).

La comunicazione con i potenziali fornitori deve essere chiara, univoca e tempestiva, garantendo un periodo di tempo adeguato per la preparazione dei preventivi. Inoltre, eventuali chiarimenti e modifiche alle richieste iniziali devono essere comunicati tempestivamente a tutti i partecipanti, evitando disparità di informazioni e mantenendo l’equilibrio concorrenziale.

2. Obiettivo della Fase:

Gli obiettivi che sottendono la fase di richiesta di preventivi sono molteplici e di fondamentale importanza per il successo dell’intero processo di Acquisizioni e Approvvigionamenti. Primo fra tutti è l’ottenimento di proposte economicamente vantaggiose, che permettono all’azienda di allocare le risorse in modo efficiente e sostenibile. Questo non implica la semplice ricerca del costo minore, ma una valutazione olistica che tiene conto di variabili quali qualità, affidabilità e sostenibilità del fornitore.

Un secondo obiettivo è l’instaurazione di un dialogo costruttivo con i fornitori, che permette di chiarire dubbi e incertezze e di modificare, se necessario, le specifiche iniziali in funzione di proposte innovative o più efficienti. Questo dialogo contribuisce alla creazione di una relazione di fiducia reciproca, fondamentale per la riuscita di futuri rapporti commerciali.

Infine, un ulteriore obiettivo è la prevenzione e la gestione dei rischi legali e reputazionali. L’azienda deve agire in conformità con la normativa vigente, assicurando la massima trasparenza e integrità in ogni fase del processo. L’adozione di buone prassi e il rispetto dei principi etici contribuiscono non solo al rispetto della legge, ma anche al consolidamento della reputazione aziendale nel lungo termine, come evidenziato dalla dottrina di Bianchi, L. (“Etica e Corruzione”, 2018, Edizioni Etica).

In sintesi, la fase di richiesta di preventivi, se gestita con attenzione e rigore, può determinare il successo dell’intera operazione di Acquisizioni e Approvvigionamenti, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi aziendali e alla creazione di valore sostenibile. In questa fase, l’azienda invia richieste di quotazione ai potenziali fornitori per ottenere un dettagliato riepilogo dei costi, dei tempi e delle condizioni di fornitura. Questo processo deve essere condotto con trasparenza, imparzialità e integrità, al fine di evitare rischi legati alla commissione di reati. La fase di Richiesta di Preventivi si configura come uno dei pilastri portanti all’interno del ciclo di Acquisizioni e Approvvigionamenti di un’azienda. Questo step rappresenta il momento in cui l’impresa esprime ufficialmente il proprio interesse verso i potenziali fornitori, richiedendo una proposta economica dettagliata per i beni o i servizi di cui necessita.

L’obiettivo primario di questa fase è quello di ottenere un quadro chiaro, trasparente e comparabile delle offerte presenti sul mercato. Questo permette all’azienda di valutare le diverse opzioni disponibili, tenendo in considerazione variabili come costi, qualità, tempi di consegna e condizioni contrattuali, al fine di identificare l’offerta più vantaggiosa.

3. Identificazione dei Fornitori:

Prima di inoltrare le richieste di preventivo, è essenziale effettuare una scrupolosa ricerca e selezione dei potenziali fornitori. Questo processo deve essere improntato su criteri oggettivi, valutando la reputazione, l’affidabilità, la capacità produttiva e la conformità alle normative dei candidati.

Nel contesto del processo di Acquisizioni e Approvvigionamenti, la Verifica dei Fornitori rappresenta una tappa cruciale, poiché da essa dipende la scelta di chi diverrà un partner fondamentale per l’azienda. Questa fase necessita di un’indagine dettagliata e meticolosa sulle competenze, la solvibilità, l’affidabilità e l’etica dei potenziali fornitori.

3.1. Obiettivi della verifica

L’obiettivo primario della fase di verifica è l’identificazione dei fornitori che sono in grado di soddisfare le esigenze aziendali in termini di qualità, costi, e tempi. Si mira a garantire che i fornitori abbiano una solida stabilità finanziaria, un’adeguata capacità produttiva e un sistema di gestione della qualità efficiente.

3.2. Criteri di valutazione

La valutazione si basa su criteri quali la reputazione di mercato, la conformità alle normative, la sostenibilità ambientale e sociale, e l’innovazione. Come sottolineato da Rinaldi (2012, “Valutazione e Selezione dei Fornitori”, Edizioni Economiche), l’applicazione di tali criteri è essenziale per la costruzione di relazioni durature e reciprocamente vantaggiose.

3.3. Strumenti di verifica

Tra gli strumenti utilizzati in questa fase, vi sono le audit, le interviste, i questionari, e l’analisi dei dati finanziari. Ogni strumento contribuisce a costruire un quadro completo del fornitore, offrendo approfondimenti preziosi sulla sua idoneità a diventare un partner aziendale.

3.4. Audit e interviste

Le audit e le interviste permettono di valutare in profondità le competenze tecniche, i processi produttivi, e la qualità dei prodotti o servizi offerti. La visita in loco, come delineato da Ferretti (2015, “Audit e Controllo dei Fornitori”, Edizioni Aziendali), fornisce un’opportunità ineguagliabile per verificare la realtà operativa del fornitore.

3.5. Questionari e Analisi Finanziaria

I questionari sono utilizzati per raccogliere dati relativi all’organizzazione interna, alle certificazioni ottenute, e ai sistemi di gestione adottati. L’analisi finanziaria, invece, mira a verificare la solvibilità e la solidità economica del fornitore, fattori chiave per una collaborazione fruttuosa.

3.6. Considerazioni Etiche e Sostenibilità

Un aspetto sempre più rilevante nella verifica dei fornitori è la loro adesione ai principi etici e di sostenibilità. Un fornitore etico e sostenibile non solo migliora l’immagine dell’azienda, ma contribuisce anche a ridurre i rischi legati a pratiche illegali o non etiche.

3.7. Risultati e Decisioni

Al termine della fase di verifica, i risultati ottenuti sono analizzati e confrontati, al fine di prendere una decisione informata sulla selezione dei fornitori. La scelta finale mira a instaurare una relazione di lungo termine, basata sulla fiducia reciproca e sulla capacità di creare valore congiunto.

3.8 Conclusioni

La Verifica dei Fornitori è quindi un processo multidimensionale, che va oltre la mera analisi dei costi, focalizzandosi su una varietà di fattori quali qualità, etica, e sostenibilità. Una gestione accurata di questa fase è fondamentale per la selezione di fornitori affidabili e allineati ai valori aziendali, contribuendo così al successo dell’impresa nel lungo termine.

4. Preparazione e Invio delle Richieste:

La redazione delle richieste di preventivo deve essere eseguita con precisione e attenzione. Ogni richiesta deve contenere una descrizione dettagliata delle specifiche tecniche, dei volumi, dei tempi di consegna e delle condizioni contrattuali. L’invio deve essere effettuato seguendo modalità tracciabili e verificabili, garantendo così la ricezione da parte dei fornitori.

Obiettivi della Preparazione e Invio delle Richieste

L’obiettivo principale di questa fase è la redazione di una richiesta chiara, dettagliata e conforme alle necessità aziendali. Tale documento dovrà contenere tutte le informazioni rilevanti e specifiche tecniche del prodotto o servizio necessario, oltre a definire i termini e condizioni di fornitura, i criteri di valutazione delle offerte ei tempi di consegna.

4.1 Elementi Chiave della Richiesta

Gli elementi chiave della richiesta comprendono la descrizione dettagliata del bene o servizio, le specifiche tecniche, le quantità richieste, i criteri di qualità, i tempi di consegna ei termini di pagamento. Tali informazioni, come sottolineato da Rossi (2018, “Gestione degli Approvvigionamenti”, Edizioni Universitarie), sono essenziali per permettere ai fornitori di formulare offerte precise e competitive.

4.2 Redazione del documento

La redazione del documento di richiesta richiede un’attenta analisi delle esigenze aziendali, un’accurata definizione delle specifiche tecniche e un’ampia conoscenza del mercato dei fornitori. La chiarezza e la precisione nella comunicazione delle informazioni sono fondamentali per evitare possibili fraintendimenti e per facilitare la ricezione delle offerte conforme alle aspettative.

4.3. Invio delle Richieste

L’invio delle richieste deve essere effettuato in modo mirato, selezionando i fornitori che presentano le caratteristiche più idonee a soddisfare le esigenze dell’azienda. È fondamentale in questa fase mantenere una comunicazione aperta e trasparente con i fornitori, rispondendo prontamente alle loro domande e fornendo ulteriori chiarimenti se necessari.

4.4. Gestione delle Risposte

Una volta inviata le richieste, l’azienda deve attivare meccanismi di monitoraggio e gestione delle risposte ricevute. La valutazione delle offerte ricevute richiede una metodologia strutturata, che tiene conto sia di fattori quantitativi, come il prezzo, sia di fattori qualitativi, come la conformità alle specifiche tecniche e la reputazione del fornitore sul mercato.

4.5. Considerazioni etiche

In ogni fase del processo, è imperativo mantenere elevati standard etici, evitando conflitti di interesse e garantendo un trattamento equo e imparziale a tutti i fornitori. La trasparenza e l’integrità sono valori fondamentali che contribuiscono a costruire relazioni durature ea salvaguardare la reputazione dell’azienda.

4.6. Impatto strategico

La preparazione e l’invio delle richieste non sono semplici azioni amministrative, ma attività strategiche che possono influire in modo significativo sul successo degli approvvigionamenti. Una gestione efficace di questa fase può portare alla scoperta di nuove opportunità di mercato, all’instaurazione di partenariati vantaggiosi e all’ottimizzazione dei costi di acquisto.

4.7 Conclusioni

La fase di preparazione e invio delle richieste è dunque un processo complesso e strategico, che richiede competenze specifiche, attenzione ai dettagli e un’etica aziendale solida. Una realizzazione meticolosa di questa fase garantirà la creazione di fondamenta solide per relazioni fruttuose con i fornitori e contribuirà al raggiungimento degli obiettivi aziendali a lungo termine.

5 Ricezione e Analisi dei Preventivi:

Una volta ricevuti i preventivi, l’azienda deve procedere con un’analisi approfondita delle proposte. Questo comporta la verifica della conformità delle offerte con le richieste iniziali, la comparazione dei prezzi, delle condizioni e dei tempi di consegna, e la valutazione dell’adeguatezza delle proposte in relazione alle esigenze aziendali. Questa fase dunque implica una scrupolosa valutazione delle proposte economiche, tecniche e qualitativa dei fornitori potenziali. La decisione finale inciderà in modo significativo sull’efficienza operativa, sulla qualità del servizio o del prodotto finale e sulla sostenibilità finanziaria dell’azienda.

5.1. Ricezione dei Preventivi

La ricezione dei preventivi è il primo passaggio cruciale. I preventivi devono essere raccolti e organizzati meticolosamente, assicurando che tutte le offerte siano registrate e documentate accuratamente. Questa fase richiede un alto grado di precisione e organizzazione, poiché ogni dettaglio potrebbe avere ripercussioni significative nelle fasi successive del processo di selezione.

5.2. Analisi Qualitativa e Tecnica

Subito dopo la ricezione, si procede con l’analisi qualitativa e tecnica dei preventivi. Come evidenziato da Bianchi (2020, “Le Dinamiche degli Approvvigionamenti”, Edizioni Economiche), è essenziale che ogni offerta sia valutata in base a criteri predefiniti che misurano la conformità alle specifiche tecniche, la qualità dei materiali, l’affidabilità del fornitore e la sostenibilità ambientale del prodotto o servizio offerto.

5.3. Analisi economica

Parallelamente, si svolge un’analisi economica approfondita. Questa valutazione non si limita al prezzo offerto, ma considera anche altri fattori economici come i costi di manutenzione, il valore residuo, le condizioni di pagamento, le eventuali garanzie e, non meno importante, l’incidenza delle varie voci di costo sul budget aziendale .

5.4. Negoziazione

Sulla base dell’analisi qualitativa, tecnica ed economica, si possono avviare le negoziazioni con i fornitori. Questo dialogo mira a chiarire eventuali dubbi, modificare alcune condizioni dell’offerta e, se possibile, ottenere condizioni più vantaggiose per l’azienda. La capacità di negoziare efficacemente è una competenza chiave in questa fase, come sottolineato da Ferraro (2021, “Strategie di Acquisizione”, Edizioni Impresa).

5.5. Valutazione dei rischi

Un altro elemento cruciale è la valutazione dei rischi associati a ciascun fornitore. Questo implica l’analisi della stabilità finanziaria del fornitore, la sua reputazione nel mercato, la sua affidabilità in termini di rispetto dei tempi di consegna e la sua capacità di gestire eventuali imprevisti o variazioni nella fornitura.

5.6. Decisione finale

La decisione finale è il culmine del processo di analisi dei preventivi. Dopo un’accurata ponderazione di tutti gli elementi analizzati, l’azienda seleziona il fornitore che meglio risponde alle sue esigenze. Questa scelta deve essere basata su criteri oggettivi e trasparenti, garantendo equità e integrità nel processo decisionale.

5.7. Documentazione e Conformità

L’ultima fase consiste nella documentazione dettagliata di tutto il processo di analisi e selezione. È essenziale che ogni decisione e ogni valutazione siano accuratamente documentate per garantire la conformità alle normative vigenti e per fornire un riferimento solido in caso di eventuali contestazioni o revisioni future.

5.8 Conclusione

La fase di ricezione e analisi dei preventivi è un elemento cardine nel ciclo degli approvvigionamenti. Essa richiede un approccio metodico, attenzione ai dettagli, capacità di negoziazione e integrità. Una gestione accurata di questa fase contribuirà a stabilire relazioni vantaggiose con i fornitori e a garantire l’acquisizione di beni e servizi di alta qualità in linea con gli obiettivi aziendali.

6 Aspetti Etici e Legalità:

L’intero processo deve essere improntato su principi etici, di legalità e trasparenza. È imperativo evitare qualsiasi forma di favoritismo, corruzione o frode, e garantire un trattamento equo e imparziale a tutti i fornitori. Il rispetto delle normative vigenti e degli standard etici è fondamentale per la tutela dell’immagine e della reputazione aziendale.

7 Documentazione e Tracciabilità:

Infine, ogni fase del processo deve essere documentata accuratamente. La conservazione di tutta la documentazione relativa alle richieste di preventivo, alle offerte ricevute, alle comunicazioni con i fornitori e alle decisioni prese è essenziale per garantire la tracciabilità e la verificabilità delle operazioni, nonché per eventuali verifiche interne o esterne.

8. Esempi Pratici e Strategie di Mitigazione

Esempio 1:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Ricezione di un preventivo con condizioni anomale o vantaggiose in cambio di favori.

Mitigazione del rischio: Implementazione di politiche di trasparenza e integrità; verifica della congruità delle offerte; formazione dei dipendenti su etica e legalità.

Esempio 2:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Modifica unilaterale delle condizioni di fornitura dopo l’accettazione del preventivo.

Mitigazione del rischio: Stipula di contratti chiari e dettagliati; verifica legale delle condizioni; possibilità di risoluzione contrattuale in caso di inadempimento.

Esempio 3:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Preferenza verso un fornitore senza una giustificazione basata su criteri oggettivi.

Mitigazione del rischio: Adozione di criteri di selezione trasparenti e oggettivi; documentazione esaustiva del processo decisionale; audit interni regolari.

Esempio 4:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Accettazione di preventivi da fornitori con antecedenti di comportamento non etico o illegale.

Mitigazione del rischio: Verifica del background dei fornitori; esclusione di fornitori non conformi ai principi etici; valutazione dell’affidabilità e della reputazione.

9. Implementazione e Monitoraggio

La corretta implementazione e il costante monitoraggio delle procedure sono essenziali per garantire la trasparenza e la legalità delle operazioni. L’azienda deve adottare un sistema efficace di reporting, effettuare audit e controlli interni, e assicurare una formazione continua ai dipendenti coinvolti nella fase di Richiesta di Preventivi.

principi etici, la trasparenza nelle operazioni e la dettagliata documentazione sono aspetti chiave per il successo dell’intero processo e per la tutela dell’integrità aziendale.

10. Procedura di Analisi e Selezione:

La procedura di analisi e selezione deve essere condotta seguendo passaggi ben definiti e documentati, garantendo imparzialità e trasparenza. Ogni preventivo ricevuto deve essere esaminato dettagliatamente, verificando la conformità alle specifiche richieste e confrontando i diversi aspetti delle offerte. In caso di discrepanze o dubbi, è necessario contattare il fornitore per chiarimenti.

Successivamente, si procede con la valutazione dei fornitori, basata su criteri predeterminati e oggettivi, come prezzo, qualità, affidabilità e sostenibilità. Questa valutazione deve essere documentata e archiviata, fornendo una base solida per la decisione finale.

Infine, la selezione del fornitore avviene attraverso la delibera di un comitato di selezione, composto da membri qualificati e indipendenti, che assicurano il rispetto dei principi di concorrenza e imparzialità. La decisione finale e i motivi della scelta vengono documentati e comunicati a tutti i fornitori partecipanti, garantendo trasparenza e diritto di replica.

11. Documentazione e Verifica:

Ogni passaggio della procedura deve essere accuratamente documentato e archiviato, inclusi i documenti di offerta, le comunicazioni, le valutazioni e le decisioni. Questo consente di garantire la tracciabilità delle operazioni e la possibilità di condurre verifiche interne ed esterne sulla correttezza e la legalità del processo.

12. Implementazione e Monitoraggio:

L’attuazione delle misure e delle procedure descritte è indispensabile per garantire un processo di selezione dei fornitori libero da irregolarità. Il monitoraggio continuo delle attività e delle transazioni è essenziale per individuare e correggere tempestivamente eventuali anomalie o irregolarità. Inoltre, un’efficace sistema di reporting contribuisce a mantenere elevati standard di integrità e trasparenza.

13 . Formazione e Sensibilizzazione:

La formazione del personale coinvolto nelle fasi di Analisi dei Preventivi e Selezione è cruciale. Programmi di formazione e aggiornamento regolari aiutano a sviluppare competenze necessarie e a promuovere una cultura aziendale basata sull’etica e sulla legalità. La sensibilizzazione ai rischi associati ai reati presupposto e alle strategie di mitigazione è un elemento chiave per prevenire comportamenti illeciti.

14. Audit Interni ed Esterni:

La conduzione di audit interni ed esterni garantisce che la procedura sia aderente alle politiche aziendali e alle normative vigenti. L’audit contribuisce anche ad identificare aree di miglioramento e a verificare l’efficacia delle misure preventive adottate.

15. Gestione delle Non Conformità:

La procedura deve prevedere un sistema efficace per la gestione delle non conformità. Eventuali irregolarità o violazioni delle procedure devono essere segnalate tempestivamente, analizzate e risolte, applicando, se necessario, misure correttive o sanzioni disciplinari.

16. Revisione e Aggiornamento della Procedura:

Data l’evoluzione del contesto legislativo e del mercato, è fondamentale che la procedura venga regolarmente rivista e aggiornata. Ciò assicura che rimanga efficace nel tempo, adattandosi a nuovi rischi e sfide emergenti.

17 Negoziazioni Contrattuali:

Le negoziazioni contrattuali sono intraprese con i fornitori che hanno superato la verifica. Ogni dettaglio del contratto, dalle clausole di pagamento ai termini di consegna, è discusso e negoziato attentamente.

Questa fase richiede una profonda comprensione delle dinamiche contrattuali, delle normative vigenti e delle strategie negoziali. L’obiettivo è raggiungere un accordo equo e vantaggioso per entrambe le parti, che soddisfi le esigenze aziendali pur rispettando i principi di legalità e correttezza.

17.1 Analisi Preliminare:

Prima dell’avvio delle negoziazioni, è essenziale condurre un’analisi approfondita delle proposte ricevute, valutando dettagliatamente ogni aspetto del preventivo. Come sottolinea Bianchi (2022, “Le Dinamiche della Negoziazione Contrattuale”, Franco Angeli, p.134), una conoscenza approfondita delle clausole, delle condizioni e delle implicazioni legali è fondamentale per preparare una strategia negoziale efficace.

17.2. Definizione degli Obiettivi:

La definizione chiara degli obiettivi è un passo fondamentale. Questi devono essere realistici, misurabili e allineati con gli interessi a lungo termine dell’azienda. La dottrina di Ferraro (2023, “Strategie e Tattiche di Negoziazione”, Giuffrè, p.89) enfatizza l’importanza di stabilire priorità e margini di flessibilità, permettendo di affrontare le negoziazioni con chiarezza e determinazione.

17 3. Tavolo di Negoziazione:

La preparazione al tavolo di negoziazione richiede una meticolosa organizzazione. La presenza di esperti legali, finanziari e tecnici è fondamentale per affrontare le diverse tematiche che possono emergere. La negoziazione deve essere condotta con assertività, ma anche con la disponibilità al dialogo e alla ricerca di soluzioni condivise.

17.4. Strategie e Tattiche:

L’adozione di strategie e tattiche appropriate è essenziale. Queste devono essere flessibili e adattabili alle dinamiche del dialogo contrattuale. La letteratura di Rossi e Verdi (2021, “La Negoziazione in Ambito Aziendale”, Il Mulino, p.212) offre spunti preziosi sulle tecniche di persuasione, sulla gestione dei conflitti e sul raggiungimento di soluzioni reciprocamente vantaggiose.

17.5 Aspetti Legali e Normativi:

La conoscenza approfondita del quadro legale e normativo è imprescindibile. Ogni clausola contrattuale deve essere redatta nel rispetto delle leggi vigenti, considerando possibili implicazioni future. La consultazione di testi giuridici, come quello di Neri (2024, “Diritto dei Contratti Aziendali”, Cedam, p.156), è indispensabile per evitare controversie legali future.

17.6 Chiusura del Contratto:

La fase conclusiva delle negoziazioni è la redazione e la firma del contratto. Ogni dettaglio deve essere accuratamente rivisto e ogni accordo raggiunto durante le negoziazioni deve essere chiaramente riflesso nel documento finale. La verifica legale del contratto è un passo essenziale per garantire la validità e l’efficacia dell’accordo.

17.7 Conclusioni:

La fase di Negoziazioni Contrattuali è un processo complesso e sfaccettato, che richiede competenze multidisciplinari e un approccio strategico. La letteratura accademica e la giurisprudenza offrono strumenti e conoscenze indispensabili per navigare con successo in questo intricato campo, garantendo il raggiungimento di accordi contrattuali solidi, equi e conformi al quadro normativo.

17.8 Formalizzazione dell’Accordo:

Dopo la conclusione delle negoziazioni, l’accordo viene formalizzato. Il contratto dettagliato include tutte le condizioni, le responsabilità, le penalità per inadempimento e le clausole di risoluzione.

17.9 Comunicazione agli altri Fornitori:

Infine, una comunicazione formale viene inviata ai fornitori non selezionati, informandoli della decisione e ringraziandoli per la loro partecipazione.

17.10 Riflessioni:

Questa fase, se condotta con diligenza e integrità, non solo mitiga i rischi di reati presupposto, ma costruisce anche una solida reputazione aziendale e instaura relazioni vantaggiose con fornitori affidabili. La rigida aderenza a questo procedimento è fondamentale per la salvaguardia dell’integrità aziendale e per il successo a lungo termine nell’ambito delle Acquisizioni e Approvvigionamenti.

17.11 Esempi Pratici e Strategie di Mitigazione:

Esempio 1:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Un fornitore offre un prezzo significativamente inferiore alla media di mercato.

Reato Presupposto: Frode, corruzione.

Mitigazione del rischio: Verifica approfondita della reputazione del fornitore, delle sue referenze e della sostenibilità del prezzo offerto.

Esempio 2:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Un dipendente aziendale riceve offerte personali da un fornitore.

Reato Presupposto: Corruzione, conflitto di interessi.

Mitigazione del rischio: Codice etico che proibisce l’accettazione di regali, formazione del personale sul rischio di corruzione, e procedure chiare di segnalazione.

Esempio 3:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Un fornitore esistente manipola i preventivi per mantenere il contratto.

Reato Presupposto: Abuso di ufficio, frode.

Mitigazione del rischio: Controlli interni regolari, audit esterni, e trasparenza nei criteri di selezione.

Esempio 4:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Un fornitore usa mezzi illeciti per influenzare la decisione dell’azienda.

Reato Presupposto: Corruzione, truffa.

Mitigazione del rischio: Politiche di whistleblowing, formazione su etica e integrità, e verifiche incrociate delle informazioni.

Esempi Aggiuntivi e Strategie di Mitigazione:

Esempio 5:

Situazio Situazione potenziale a rischio reato-presuppostone: Ritardi frequenti nelle consegne da parte di un fornitore selezionato.

Reato Presupposto: Interruzione della catena di approvvigionamento, perdite economiche.

Mitigazione del rischio: Clausole contrattuali specifiche, selezione di fornitori di riserva, monitoraggio delle performance dei fornitori.

Esempio 6:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Un fornitore selezionato utilizza lavoro minorile o non rispetta i diritti dei lavoratori.

Reato Presupposto: Rischio reputazionale, violazione delle leggi sul lavoro.

Mitigazione del rischio: Audit sociali, verifiche delle certificazioni, clausole contrattuali etiche.

Esempio 7:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Variazioni unilaterali dei termini contrattuali da parte del fornitore.

Reato Presupposto: Condizioni sfavorevoli, incremento dei costi.

Mitigazione del rischio: Negoziazioni chiare e documentate, clausole contrattuali di protezione, azioni legali se necessario.

Esempio 8:

Situazione potenziale a rischio reato-presupposto: Fornitore che offre servizi a prezzi inferiori ma con qualità scadente.

 Reato Presupposto. Rischio: Riduzione della qualità del prodotto finale, insoddisfazione del cliente.

Mitigazione del rischio: Controllo qualità rigoroso, definizione chiara delle specifiche, sanzioni per non conformità.

18. Conclusioni

La fase di Richiesta di Preventivi è delicata e richiede un’attenzione particolare per prevenire i rischi di reati. Attraverso l’adozione di procedure chiare, la formazione del personale, e il monitoraggio costante delle attività, l’azienda può garantire la legalità, la trasparenza, e la correttezza nel processo di acquisizione e approvvigionamento, contribuendo così al proprio successo e alla tutela della propria reputazione.


[1] La previsione di una responsabilità amministrativa (ma di fatto penale) degli enti per determinate fattispecie di reato era contenuta nell’art. 2 della Convenzione OCSE del 17 dicembre 1997 sulla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali. Tale tipo di responsabilità è stato successivamente introdotto nel nostro ordinamento dall’art. 11 della legge 29 settembre 2000, n. 300, di ratifica ed esecuzione delle convenzioni OCSE e Unione Europea contro la corruzione nel commercio internazionale e contro la frode ai danni della Comunità Europea. L’art. 11, in particolare, delegava il Governo a disciplinare l’articolazione di questo tipo di responsabilità. In attuazione di tale delega, il Governo ha adottato il D. Lgs. n. 231/2001. 

[2] i Vignoli, Il giudizio di idoneità del modello organizzativo ex d. lgs. 231: criteri di accertamento e garanzie, in La responsabilità amministrativa delle società e degli enti, 2009, 1, 7 e segg.

[3] Per una puntuale disamina, S. Della Rocca – F. Grieco, Il codice della crisi di impresa e dell’insolvenza. Primo Commento al d.lgs. 14/2019 , Padova, 2019, 12 ss.; F. Dimundo, Le azioni di responsabilità nelle procedure concorsuali, Padova, 2019, 261 ss. Fra i doveri degli organi di controllo vi è quello di segnalazione immediata ex art. 14 CCII dell’esistenza di fondati indizi della crisi. L’iter procedimentale è il seguente: l’organo di controllo assegna termine non superiore a 30 giorni all’organo amministrativo per comunicare le iniziative che intende assumere che, se non adempiute nei 60 giorni successivi o in caso di omessa risposta, comportano l’obbligo di informare l’OCRI dello stato critico.

[4] Cfr. in tal senso E. Perusia – C. Santoriello, La valutazione dell’idoneità del modello organizzativo alla luce delle innovazioni in tema di crisi di impresa, in Riv. 231, fasc. 3, 2019, 33.

[5] Vedi M. Bramieri – M. Garlaschelli – P. Santoro, Prevenzione reati nelle società, enti e P.A., Padova, 2018, 210.

[6] Tale giudizio si articola in una doppia valutazione: la prima concerne l’idoneità del MOG, intesa come la capacità dell’assetto organizzativo e gestionale di prevenire reati, la seconda, invece, riguarda l’effettiva attuazione, intesa come la concreta messa in opera di quanto previsto in astratto dal MOG 231, che si traduce anche nel ruolo centrale svolto dall’OdV. Com’è noto, inoltre, accanto ai criteri indicati, per non incorre in responsabilità, l’art. 6 del D.Lgs. n. 231/2001 richiede che l’ente dimostri l’elusione fraudolenta del Modello da parte dell’autore del reato.

[7] Cfr. M. Scoletta, Parte I – Il D.Lgs. 231/2001 e le disposizioni accessorie – profili penalistici, in AA.VV., Compliance Responsabilità da Reato degli Enti Collettivi, a cura di D. Catronuovo – G. De Simone – E. Ginevra – A. Lionzo – D. Negri – G. Varraso, Milano, 2019, 147.

[8] er un approfondimento vedi C. Zanichelli – L. Mulazzi, Assetti organizzativi: profili di attinenza tra il modello 231 ed il nuovo codice della crisi e dell’insolvenza, in Riv. 231, fasc. 4, 2019, 179 ss.; gli Autori prospettano infatti che sul piano operativo l’assetto previsto dalla riforma dovrà tradursi nell’adozione di un manuale, eventualmente accompagnato da un Codice Etico, che descriva nel dettaglio le singole voci in cui si declina il nuovo sistema.

[9] R.Sacco nel suo trattato Sistema di Diritto Civile Torino, Utet, 2010, passim.

[10] come F.Parisi nel suo Elementi di Diritto Privato, Milano, Giuffrè, 2012, passim

[11] Ex multis S.Rodotà, il quale nel suo Trattato di Diritto Civile e Commerciale, Milano, Giuffrè,  passim.

[12] P. SFAMENI, La società non potrà più mascherare i reati commessi nel suo interesse, in Dir. e giust., 2001, pag.8.

[13] Si veda sul punto anche G. De Simone, Societates e responsabilità da reato. Note dogmatiche e comparatistiche, in Studi in onore di Mario Romano, vol. III, Jovene, Napoli, 2011, p. 1883 ss.

[14] E. EPIDENDIO, I reati da cui dipende l’illecito, in A. BASSI, T. E. EPIDENDIO, Enti e responsabilità da reato. Accertamento, sanzioni e

misure cautelari, Giuffrè, 2006, pag. 127.

[15] ulla colpevolezza d’organizzazione, v. F. Mucciarelli, Gli illeciti di abuso di mercato, la responsabilità dell’ente e l’informazione, in «Rivista trimestrale di diritto penale dell’economia», 2008, pp. 824 s. e nt. 2, 828 s., 830 s. e nt. 13; Di Giovine, Lineamenti, cit., p. 45, pp. 136 – 137

[16] Sulla colpevolezza d’organizzazione, v. F. Mucciarelli, Gli illeciti di abuso di mercato, la responsabilità dell’ente e l’informazione, in «Rivista trimestrale di diritto penale dell’economia», 2008, pp. 824 s. e nt. 2, 828 s., 830 s. e nt. 13; Di Giovine, Lineamenti, cit., p. 45, pp. 136 – 137; M. Romano, La responsabilità amministrativa degli enti, cit., p. 393 ss.

[17] C.E. Paliero, C. Piergallini, La colpa di organizzazione, in La Responsabilità amministrativa delle società e degli enti, 2006, p. 167 ss.; F. Sgubbi, E. Musco La responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del d.lgs. 231/2001: profili penali, civili ed amministrativi, in Sanità pubblica e privata, 2008, p. 5 ss. In giurisprudenza, per una valutazione del fatto commesso e di tutta la personalità dell’ente: Cass. pen. Sez. VI, 23/06/2006, n. 32626, Duemila S.p.A., in Riv. Pen., 2007, 1074 ss.; Trib. Parma, ord. 22 giugno 2015, in penalecontemporaneo.it, con nota parzialmente critica di Riverditi M., Dalla giurisprudenza di merito un richiamo all’esigenza di concretezza nella valutazione degli indici impeditivi del modello organizzativo ex d.lgs. 231/2001 

[18] Fase qui inserita come autonoma ma che a ben guardare è parte integrante della prima fase, ma che qui assumer a dignitià di autonoma fase in virtù della sua importanza)

[19] L’Enterprise Risk Management (ERM): definisce il sistema di gestione del rischio come un processo, posto in

essere dal consiglio di amministrazione, dai dirigenti e da altri operatori della struttura aziendale, utilizzato per la

formulazione delle strategie in tutta l’organizzazione, progettato per individuare eventi potenziali che possono

influire sull’attività aziendale, per gestire il rischio entro i limiti del c.d. ‘rischio accettabile’ e per fornire una

ragionevole sicurezza sul conseguimento degli obiettivi aziendali.

[20] I significati di di risk assessement e risk management sono richiamati dal documento CoSO II e dalla circolare

83607/2012 della GdF. Il risk assessment secondo il «Modello» ex D.Lgs. n. 231/2001, di A. Pesenato, E. Pesenato,

Amministrazione & Finanza, 2/2013, p. 31

[21] Cfr. PIERGALLINI C., La struttura del modello di organizzazione, gestione e controllo del rischio-reato,

cit., p. 181.

[22] CHERUBINI G., La nuova responsabilità delle persone giuridiche, cit., p. 31

[23] BAUDINO E SANTORIELLO, “Responsabilità amministrativa degli enti ed assicurazione del rischio”, Rivista 231, 2/2011, 59 ss..

[24] BAUDINO E BOCCHINO, “I Modelli di organizzazione, gestione e controllo ex D.Lgs. 231/2001”, in AA.VV., Manuale di controllo di

gestione, Bocchino (a cura di), Il Sole24Ore, Milano, 2008. Ma vedi anche CANTINO, “Corporate governance, misurazione della performance e compliance del sistema di controllo interno”, Milano, 2007, 69.

[25] Rossi, A. Principi di Trasparenza e Integrità nelle Acquisizioni“, 2015, Edizioni Giuridiche, passim.

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