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Profitti bancari e considerazioni di politica economica

I riscontri ISTAT recenti evidenziano una fase di elevata profittabilità per il sistema bancario in Italia. Tanto per sottolineare che, solo nel primo trimestre del 2026, gli utili aggregati si sono attestati intorno ai 7,5 miliardi di euro, con contributi principali da Unicredit (3,2 mld), Intesa Sanpaolo (2,6 mld), BPER e MPS (oltre 500 mln ciascuno) e BPM (480 mln). Nel medio periodo, tra il 2022 e il 2024, i profitti cumulati hanno superato i 112 miliardi, mentre nel 2025 i soli gruppi Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno raggiunto circa 10 miliardi.

Il contesto e le dinamiche di tale andamento si inserisce in un quadro europeo in cui le banche italiane hanno beneficiato in misura significativa dell’aumento dei tassi di interesse deciso dalla BCE. L’adeguamento dei tassi attivi su prestiti, mutui e titoli è avvenuto con maggiore rapidità rispetto alla remunerazione dei depositi. A ciò si aggiunge un percorso pluriennale di razionalizzazione dei costi, riduzione degli NPL e rafforzamento patrimoniale.

Osservando la specificità del settore bancario
e creditizio si evidenziano caratteristiche distintive rispetto ad altri comparti industriali:
Accesso alle operazioni di rifinanziamento della BCE e alla rete di sicurezza del sistema di vigilanza europea;
Capacità di creazione di moneta bancaria attraverso l’attività di prestito;
Rilevanza sistemica, con implicazioni per la stabilità finanziaria e per il funzionamento dell’economia reale.

Per tale motivo, l’analisi della performance bancaria richiede parametri di valutazione che considerino non solo l’efficienza di mercato, ma anche il contributo al finanziamento dell’economia e alla stabilità macroeconomica.

L’evoluzione storica e l’assetto proprietario indicano che, fino ai primi anni ’90, oltre il 70% del sistema bancario italiano era a controllo pubblico. La gestione del credito e della liquidità era concepita anche come strumento di politica industriale e territoriale.

A partire dagli anni ’90, in linea con il processo di integrazione europea e con le indicazioni di politica economica prevalenti, è stato avviato un ampio percorso di privatizzazione. La legge Amato-Carli ha separato l’attività bancaria dalle fondazioni, favorendo fusioni, quotazioni e la nascita di gruppi privati quali Intesa Sanpaolo e UniCredit. Negli anni 2000 il consolidamento è proseguito, riducendo il numero degli operatori e accrescendo la dimensione media dei gruppi.

Alla luce dell’evoluzione descritta, emergono alcune linee di riflessione per il dibattito pubblico:

Allineamento tra finanza ed economia reale: valutare strumenti che favoriscano un più efficace trasferimento del credito verso settori strategici, PMI e investimenti produttivi.
Ruolo del settore pubblico: esaminare, nel rispetto del quadro europeo, la possibilità di una presenza pubblica mirata in segmenti ritenuti strategici per lo sviluppo territoriale e industriale.
Equilibrio nella remunerazione: promuovere un dialogo tra autorità di vigilanza, associazioni bancarie e rappresentanze dei consumatori per una distribuzione più equilibrata dei benefici derivanti dalla politica monetaria.
Governance e lungo periodo: incentivare modelli di governance orientati alla creazione di valore sostenibile, con attenzione al finanziamento dell’innovazione e alla coesione sociale.

In conclusione, si può senza alcun dubbio notare che il rafforzamento del nesso tra sistema creditizio, politica industriale e sviluppo territoriale richiede un approccio di medio-lungo periodo, che combini stabilità finanziaria, concorrenza e obiettivi di interesse pubblico. Un confronto aperto tra istituzioni, mondo bancario e parti sociali può contribuire a definire strumenti adeguati per riallineare il credito alle esigenze di crescita inclusiva dell’economia italiana.

Prof. Gennaro Vitiello
Docente formatore

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