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LA VOCE DEI MINORI IN TRIBUNALE: TRA DIRITTO ALLA TESTIMONIANZA E RISCHI DI ERRORE

Autore: Avv. Maria Sturchio

AUGE UNIVERSITA’ S.R.L.

Email di contatto: maria.sturchio@augeuniversità.it

Nel sistema giudiziario italiano, la testimonianza rappresenta uno degli strumenti fondamentali per ricostruire i fatti. Ma quando a parlare è un minore, il tema si fa particolarmente delicato: entrano in gioco aspetti cognitivi, psicologici ed emotivi che impongono valutazioni rigorose e metodologicamente fondate.

Secondo quanto previsto dall’articolo 196 del codice di procedura penale, ogni persona è considerata capace di testimoniare. Questo principio vale anche per i minori, la cui età, tuttavia, può incidere non tanto sulla capacità di rendere dichiarazioni, quanto sulla loro attendibilità. In altre parole, un bambino può essere ascoltato in aula, ma la credibilità delle sue parole deve essere attentamente verificata.

La credibilità del minore: un equilibrio complesso

A differenza della capacità di intendere e di volere, la capacità di testimoniare implica competenze specifiche: comprendere le domande, riconoscere eventuali suggestioni, ricordare gli eventi e riferirli in modo coerente. Proprio per questo, il giudice può disporre accertamenti tecnico-peritali per valutare l’idoneità del minore, affidandosi a esperti in ambito psicologico.

La giurisprudenza ha chiarito che questa valutazione deve tener conto di diversi fattori: età, sviluppo cognitivo, condizioni emotive e contesto familiare. In particolare, situazioni di conflitto, come separazioni coniugali, possono influenzare il racconto del minore, fino a generare, nei casi più estremi, accuse non veritiere.

Un elemento critico è rappresentato dalle domande suggestive. I bambini, infatti, sono più vulnerabili alla suggestione e possono modificare i propri ricordi se interrogati in modo inappropriato. Per questo motivo, è essenziale che l’esame sia condotto con tecniche adeguate e scientificamente validate.

Il ruolo della psicologia forense

Nei procedimenti per reati sessuali, la testimonianza del minore è spesso l’unica prova disponibile. Ciò rende ancora più importante una valutazione accurata e priva di approssimazioni. Errori in questa fase possono avere conseguenze gravissime: da un lato, si rischia di non riconoscere una vittima; dall’altro, di accusare ingiustamente un innocente.

Gli esperti chiamati a esprimere un giudizio devono adottare metodologie basate su evidenze scientifiche, evitando strumenti non validati. In particolare, è sconsigliato basarsi su un singolo test psicologico o su strumenti proiettivi, mentre è preferibile utilizzare batterie integrate di test oggettivi, capaci di fornire dati affidabili e verificabili.

La diagnosi psicologica, infatti, deve essere il risultato di un processo articolato che integri più strumenti e osservazioni, così da offrire un quadro completo e attendibile della situazione.

I criteri per valutare l’idoneità

Per stabilire se un minore è idoneo a testimoniare, vengono presi in considerazione diversi parametri: la capacità di autodeterminazione, il senso critico, la resistenza alle suggestioni, la memoria e la consapevolezza dell’impegno assunto. A questi si aggiungono elementi come le competenze linguistiche, la comprensione del linguaggio e la capacità di distinguere tra realtà e fantasia.

Particolare attenzione viene riservata anche al contesto in cui sono emerse le prime dichiarazioni e alla qualità delle informazioni fornite durante l’ascolto. L’obiettivo è distinguere tra un racconto sincero, eventuali distorsioni e vere e proprie menzogne.

Testimonianza diretta e indiretta: le differenze

Nel processo penale, la testimonianza può essere diretta o indiretta. La prima proviene da chi ha assistito personalmente ai fatti, mentre la seconda deriva da informazioni apprese da terzi. Quest’ultima è considerata meno affidabile, poiché può essere alterata da fattori emotivi, cognitivi o ambientali.

Non a caso, la legge ne limita l’utilizzabilità, consentendola solo in casi eccezionali, come quando il testimone diretto è impossibilitato a deporre.

Tra scienza e diritto

Il dibattito sulla testimonianza ha radici lontane. Se la scuola classica del diritto penale riteneva il testimone sostanzialmente neutrale e affidabile, la scuola positiva ha evidenziato i limiti della percezione umana e l’influenza delle emozioni sugli eventi vissuti.

Oggi, la comunità scientifica e giuridica concorda su un punto: la valutazione della testimonianza, soprattutto quando riguarda un minore, richiede un approccio interdisciplinare, basato su criteri rigorosi e aggiornati.

Una responsabilità cruciale

La testimonianza dei minori rappresenta una risorsa preziosa, ma anche un terreno insidioso. Garantire che venga raccolta e valutata correttamente è una responsabilità che coinvolge giudici, avvocati ed esperti.

Solo attraverso formazione continua, metodologie scientifiche e attenzione al contesto è possibile ridurre il rischio di errore e assicurare che la giustizia faccia il suo corso, tutelando al tempo stesso i diritti dei più vulnerabili.

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