Autore: Avv. Maria Sturchio
AUGE UNIVERSITA’ S.R.L.
Email di contatto: maria.sturchio@augeuniversità.it
Nell’ambito del diritto penale minorile, la valutazione dell’imputabilità rappresenta uno dei banchi di prova più complessi per la psicologia giuridica. A differenza del mondo adulto, dove la capacità di intendere e di volere (c.i.v.) è normativamente presunta a meno di evidenti psicopatologie, nel minore essa è un concetto dinamico, intrinsecamente legato allo sviluppo della personalità e alla maturità evolutiva del soggetto.
Come declinare, dunque, le categorie psicologiche e psico-sociali in risposte peritali esplicite e fruibili dai magistrati? In queste delicate indagini cliniche va applicata una metodologia estremamente rigorosa.
I pilastri della Capacità di Intendere e di Volere (c.i.v.)
La c.i.v. del minorenne non può mai essere valutata in astratto. L’esperto è chiamato a radiografare la mente del giovane in relazione allo specifico momento dei fatti e al reato commesso. I criteri cardine su cui si fonda l’indagine sono essenzialmente due:
- La maturità evolutiva: il livello di sviluppo cognitivo, affettivo e sociale raggiunto dal ragazzo rispetto alla sua età anagrafica.
- L’assenza di psicopatologie invalidanti: l’accertamento che l’azione non sia stata viziata da disturbi mentali o da dipendenze da sostanze in grado di alterare il discernimento.
L’obiettivo finale del perito non è semplicemente diagnosticare un eventuale disturbo, ma verificare se il minore possieda una reale consapevolezza dell’antigiuridicità e del disvalore sociale del fatto commesso.
Il protocollo metodologico: dai colloqui ai test psicodiagnostici
Per tradurre la complessità della psiche adolescenziale in una risposta peritale oggettiva, la prassi scientifica raccomanda l’adozione di un protocollo integrato. Lo schema peritale standard si articola in una serie di incontri clinici intervallati dalla somministrazione di una batteria di test standardizzati.
1. L’approccio clinico e criminologico
L’indagine si sviluppa generalmente in tre incontri chiave con il minore:
- Colloquio anamnestico: focalizzato sulla storia personale, familiare e socio-ambientale. L’attenzione è rivolta alla gestualità, alle inibizioni e alla coerenza del racconto emotivo.
- Colloquio clinico-criminologico: volto ad analizzare le dinamiche cognitive, relazionali e sistemiche che circondano la vita del ragazzo (scuola, lavoro, eventuali carriere devianti).
- Colloquio di approfondimento: finalizzato a comprendere i meccanismi di difesa attivati e la capacità del giovane di assumersi la responsabilità dell’azione.
2. La batteria psicodiagnostica
I colloqui clinici trovano un fondamentale controvalore scientifico nei test standardizzati, utili a confermare o falsificare le ipotesi emerse:
- MMPI-2 (Minnesota Multiphasic Personality Inventory 2): per mappare i tratti di personalità e le aree clinicamente rilevanti.
- WAIS-R (Wechsler Adult Intelligence Scale – Revised): per la valutazione globale delle capacità cognitive e dell’intelligenza.
- Test Grafici (DAP, Disegno dell’albero, Persona sotto la pioggia): strumenti proiettivi coadiuvanti che rivelano la percezione del Sé, la maturazione corporea e le strategie difensive adottate di fronte alle difficoltà (rappresentate simbolicamente dalla pioggia).
Il protocollo si completa, laddove il minore sia ristretto in un Istituto Penitenziario Minorile (IPM), con colloqui mirati con l’equipe educativa e psicologica della struttura, essenziali per monitorare l’andamento del giovane e coordinare i futuri interventi.
Un caso clinico: il disimpegno morale e la pericolosità sociale
A titolo esemplificativo, l’analisi del caso clinico del minore offre importanti spunti di riflessione sul concetto forense di pericolosità sociale. Nel caso specifico, l’esame peritale ha evidenziato un ragazzo intellettivamente e volitivamente capace, con una maturità in linea con l’età anagrafica.
Tuttavia, l’indagine ha fatto emergere una netta prognosi negativa sotto il profilo della pericolosità sociale. Il minore ha dimostrato una marcata incapacità di mettersi nei panni della vittima e di cogliere le implicazioni sociali del reato. Per giustificare il proprio comportamento, il giovane ha attivato il meccanismo cognitivo del disimpegno morale.
Il disimpegno morale consente al soggetto di svincolarsi dalle norme sociali, escludendo la propria responsabilità e riducendo la rilevanza del danno provocato. È proprio questa assenza di “alfabetizzazione emotiva” e di riconoscimento del disvalore a determinare l’alto rischio di recidiva.
Modelli di intervento per il recupero sociale
La perizia psicologica in ambito minorile non ha mai una funzione unicamente sanzionatoria, ma deve sempre suggerire le modalità di intervento più adeguate alla riabilitazione. La letteratura scientifica e la prassi forense individuano due percorsi principali a seconda della collocazione del giovane:
In regime di detenzione sono preferibili interventi a lungo termine mirati alla ristrutturazione dei valori e alla connessione profonda con la propria sfera emotiva.
In regime di affidamento ai Servizi Sociali sono auspicabili progetti di supporto e verifica continua, affiancati da percorsi di inserimento lavorativo e supporto psicologico focalizzato sull’alfabetizzazione emotiva.
In conclusione, la perizia minorile si conferma uno strumento interdisciplinare sofisticato. Solo attraverso il rigore del metodo scientifico e la capacità di decodificare il linguaggio clinico in categorie giuridiche è possibile garantire una giustizia che non sia solo punitiva, ma autenticamente riparativa e orientata al futuro del minore.





