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Educazione finanziaria: l’Italia che agisce senza capire e che rischia di non saper proteggere il proprio futuro

L’Edufin Index 2024 restituisce un’immagine nitida e, per certi versi, implacabile della cultura finanziaria italiana. Su una scala da 0 a 100, la popolazione si ferma a 56 punti, quattro sotto la soglia minima di adeguatezza fissata a 60. È un dato che non sorprende gli studiosi del settore, ma che continua a pesare come un macigno sulla capacità del Paese di affrontare un’economia sempre più complessa, interconnessa e imprevedibile.

L’indice nasce da un’indagine CAWI condotta su 3.500 individui, rappresentativi per età, genere, territorio e condizione socio‑economica. È composto da due dimensioni: l’Awareness, cioè ciò che comprendiamo, e il Behavioural, cioè ciò che facciamo. Ed è proprio la distanza tra queste due dimensioni a raccontare la fragilità italiana: la comprensione resta bassa, mentre i comportamenti migliorano leggermente. In altre parole, gli italiani agiscono più di quanto capiscano. È il segno di un Paese che reagisce agli shock, ma non pianifica; che si muove perché costretto, non perché consapevole.

Una popolazione divisa in tre blocchi

La distribuzione interna dell’indice è ancora più eloquente del valore medio. Circa il 40% della popolazione supera la sufficienza, mentre il 50% si colloca nella fascia degli “incerti”: persone che partecipano al mercato finanziario, ma con strumenti cognitivi fragili. Il restante 10% rientra nell’area dell’analfabetismo finanziario e assicurativo.

Questa tripartizione non è una semplice sfumatura statistica: è una frattura culturale. È come se metà del Paese guidasse in autostrada con visibilità ridotta. E quando la visibilità è scarsa, gli errori non sono solo probabili: sono sistemici.

Un segnale positivo esiste: la quota dei “gravemente insufficienti” diminuisce. Ma la vera criticità resta la massa degli incerti, che non sono esclusi dal mercato, ma vi partecipano senza strumenti adeguati. È qui che si genera l’attrito tra risparmio, investimento e protezione.

Il divario di genere: un rischio patrimoniale sottovalutato

Il gap tra uomini e donne rimane stabile: 59 punti per gli uomini, 54 per le donne. Cinque punti possono sembrare pochi, ma su un indicatore composito significano minore capacità di valutare il rischio, minore propensione alla pianificazione e maggiore probabilità di delega.

Per chi si occupa di patrimoni familiari, questo divario non è un dettaglio sociologico: è un rischio misurabile. La vulnerabilità femminile non emerge nei periodi ordinari, ma esplode nei momenti di discontinuità: separazioni, eredità, non autosufficienza, interruzioni lavorative. E quando esplode, spesso è troppo tardi per costruire una strategia efficiente.

Non è un caso che Elena Buscemi, presidente del Consiglio comunale di Milano, abbia sintetizzato il punto con una frase che è insieme politica e tecnica: «Una donna economicamente autonoma è una donna libera.» L’educazione finanziaria non è una soft skill: è un asset di libertà.

Il cratere previdenziale: un Paese che non pianifica il tempo

Se l’Edufin Index generale è insufficiente, il dato più allarmante riguarda la previdenza: il Pension Index scende a 48/100. Qui l’Italia non è solo indietro: è esposta. La previdenza è un problema di tempo, e il tempo è l’unica variabile che non si recupera.

Il divario di genere diventa drammatico: 54 punti per gli uomini, 43 per le donne. Undici punti di differenza che riflettono carriere discontinue, differenziali salariali, minore capacità di accumulo e minore adesione alla previdenza complementare.

Secondo Covip 2024, solo il 38,5% dei lavoratori italiani aderisce a forme di previdenza integrativa. È un dato che, in un Paese tra i più longevi al mondo, rappresenta un rischio sistemico.

La traiettoria demografica è già scritta: il rapporto lavoratori/pensionati è passato da 2,5 a 1 nel 1970 a 1,5 a 1 nel 2024, e si avvia verso 1 a 1 nel 2050. È un equilibrio che nessun sistema previdenziale può sostenere senza un forte contributo della previdenza complementare.

La tensione tra consapevolezza e sacrificio

Un altro dato cruciale riguarda la disponibilità al cambiamento. Quattro italiani su dieci riconoscono la necessità di riforme previdenziali, ma solo quattro su dieci dichiarano di essere disposti a fare sacrifici. È una tensione che pesa sulle aspettative e che sposta la pressione su famiglie e risparmio privato.

In questo scenario, la pianificazione privata diventa il vero ammortizzatore sociale. Ma un ammortizzatore funziona solo se è progettato, non se viene improvvisato.

La vera sfida: meno prodotti, più metodo

Il report collegato alla ricerca lo afferma con chiarezza: il rischio più grande non è la volatilità, ma l’inerzia. Un Paese a 56/100 è un Paese in cui troppe decisioni vengono prese quando gli shock sono già entrati nel bilancio familiare.

Per wealth manager, private banker, family office e consulenti finanziari, la priorità non è proporre prodotti, ma costruire metodo: anticipare scenari, trasformare complessità in scelte leggibili, proteggere il futuro prima che il futuro diventi emergenza.

L’Italia è un Paese che risparmia molto, ma pianifica poco. Che investe, ma non sempre comprende. Che protegge, ma spesso troppo tardi. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare la conoscenza in comportamento, la reazione in pianificazione, la vulnerabilità in resilienza.

È una sfida culturale prima ancora che finanziaria. E riguarda tutti: famiglie, imprese, istituzioni, professionisti. Perché la vita lunga può essere una straordinaria opportunità, ma senza educazione finanziaria rischia di trasformarsi in una rincorsa.

DIPARTIMENTO SCIENZE ECONOMICHE Prof. Antonio ROMANO

Direttore Dipartimento Scienze Economiche

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