Introduzione
Dott.ssa Maria Barbara Zottarelli
Il legame tra disturbi gravi di personalità in generale e nello specifico il Disturbo Antisociale di personalità è ampiamente studiato in psicologia, psichiatria e criminologia configurandosi come ambito di studio complesso e interdisciplinare. La natura articolata di tale relazione sfida costantemente i modelli lineari di causalità e impone l’adozione di un approccio integrato e multifattoriale. Sebbene la presenza di disturbi di personalità, in particolare quelli appartenenti al Cluster B (antisociale , borderline, narcisistico) tra cui il Disturbo Antisociale di Personalità sia spesso riscontrata in autori reato, non è possibile configurare una relazione diretta e univoca tra patologia psichica e comportamento criminale (Farrington 2000), La letteratura scientifica contemporanea riconosce come tale comportamento emerga piuttosto dall’interazione di fattori biologici, psicologici, ambientali e sociali diversamente da un approccio monofattoriale che appare poco adeguato a cogliere la complessità dei fenomeni criminali connessi al Disturbo di Personalità. Assumendo tale ottica il disturbo di personalità incluso il Disturbo Antisociale di Personalità rappresenta uno dei molteplici elementi che possono predisporre un individuo a condotte antisociali, ma non costituisce una condizione necessaria né sufficiente per la commissione di un reato (Raine, 2013). Questo lavoro si colloca all’interno di questo delicato crocevia disciplinare proponendo un’analisi dei meccanismi eziopatogenetici che legano il Disturbo Antisociale al comportamento criminale. In ambito psicologico l’attenzione si focalizza sull’analisi delle disfunzioni cognitive, emotive e comportamentali che caratterizzano il disturbo evidenziandone le specifiche vulnerabilità in termini di controllo degli impulsi, empatia, regolazione affettiva e insight personale (American Psychiatric Association, 2022). Dal punto di vista criminologico diventa centrale lo studio dei fattori di rischio e modelli teorici che spiegano come alcune caratteristiche personologiche possano favorire l’instaurarsi di percorsi devianti. La comprensione di questi meccanismi consentirebbe di delineare strategie più efficaci di prevenzione e trattamento nonché riflettere sulle implicazioni etiche e giuridiche che derivano dall’intersezione tra psicopatologia e responsabilità penale (Gottfredson e Hirschi, 1990). Il presente lavoro pone l’enfasi e adotta il paradigma multifattoriale secondo il quale il comportamento criminale nasce dall’interazione dinamica di molteplici variabili ovvero:
-Fattori neurobiologici quali vulnerabilità neurobiologiche, anomalie dell’amigdala e della corteccia prefrontale (Raine, 2013)
-Fattori psicologici tra cui tratti di personalità maladattivi, bassa empatia e disregolazione emotiva (Fonagy et al., 2002)
-Fattori ambientali come traumi infantili, abusi, trascuratezza genitoriale ed esposizione a modelli deviantizzanti
-Fattori socio-culturali relativi al contesto economico, sociale e culturale in cui l’individuo è inserito (Sampson &Laub, 1993).
L’adozione di un approccio monofattoriale appare riduttivo e inadeguato a cogliere la complessità dei fenomeni criminali connessi al Disturbo Antisociale di personalità.
Metodo
Questo articolo è stato elaborato con l’obiettivo di integrare e sintetizzare le teorie e le evidenze scientifiche esistenti sul rapporto tra Disturbo Antisociale di Personalità (DAP) e condotta criminale con un focus sul paradigma multifattoriale. La ricerca bibliografica è stata condotta su banche dati scientifiche come PubMed e sono stati inclusi articoli in lingua italiana e inglese. Sono stati selezionati articoli scientifici tra studi teorici, empirici e review integrati con manuali di riferimento. La selezione è stata condotta in base alla rilevanza tematica, validità metodologica e al quadro multifattoriale. L’articolo è finalizzato a fornire una sintesi di tipo qualitativa e teorico-concettuale.
Il Disturbo Antisociale di Personalità
Prima di inoltrarsi nella classificazione attraverso i sistemi nosografici è opportuno soffermarsi sui concetti di “Personalità”, “tratti di personalità” e “Disturbo di Personalità”. La personalità è ciò che si è e non ciò che si ha e comprende più di quanto si possa vedere esaminando solo il comportamento di una persona (Manuale Diagnostico Psicodinamico PDM-2, 2017). Il Manuale Diagnostico Psicodinamico riporta “definiamo la personalità come un insieme di pattern relativamente stabili di pensare, sentire, comportarsi e mettersi in relazione con gli altri “dove con il termine “pensare” non intendiamo solo i sistemi di credenze e il modo in cui attribuiamo significato a noi stessi e agli altri ma anche i valori morali e ideali.”. La personalità è intesa come “l’insieme delle disposizioni stabili che determinano i modi in cui l’individuo si relazione con sé stesso, con gli altri e con l’ambiente” (Caprara & Perugini, 2001). I tratti di Personalità sono “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di sé stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali importanti”. I Disturbi di Personalità si impiantano “quando i tratti di personalità diventano rigidi e non adattivi, e causano una significativa compromissione del funzionamento sociale o lavorativo oppure una sofferenza soggettiva”. Il Disturbo Antisociale di personalità è caratterizzato da un pattern pervasivo di inosservanza e violazione dei diritti degli altri che si manifesta in comportamenti impulsivi, aggressivi e manipolatori. Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM-5 (2013) il Disturbo Antisociale di Personalità è definito come un pattern pervasivo di inosservanza e violazione dei diritti degli altri, che inizia prima dei 15 anni e continua nell’età adulta.
Criteri diagnostici:
A. Un pattern pervasivo di disprezzo e violazione dei diritti degli altri, che si manifesta con almeno tre dei seguenti criteri, a partire dall’età di 15 anni:
Incapacità di conformarsi alle norme sociali riguardanti comportamenti legali, come indicato dal compiere ripetutamente atti che costituiscono motivo di arresto.
Disonestà, indicata da bugie ripetute, uso di pseudonimi o truffa di altri per profitto personale o piacere.
Impulsività o incapacità di pianificare.
Irritabilità e aggressività, come indicato da ripetute risse o aggressioni fisiche.
Disprezzo sconsiderato per la sicurezza propria o altrui.
Irresponsabilità persistente, come indicato da fallimenti ripetuti nel sostenere un comportamento lavorativo coerente o nel rispettare obblighi finanziari.
Mancanza di rimorso, come indicato dall’indifferenza o dalla razionalizzazione dopo aver ferito, maltrattato o rubato a un altro.
B. L’individuo ha almeno 18 anni.
C. Ci sono evidenze di un Disturbo della Condotta con esordio prima dei 15 anni.
D. Il comportamento antisociale non si manifesta esclusivamente durante il decorso della schizofrenia o del disturbo bipolare.
Le caratteristiche principali riguardano comportamenti illegali (furti, truffe, aggressioni), inganno e manipolazione (uso di menzogne per ottenere vantaggi personali), impulsività e aggressività (tendenza a comportamenti esplosivi e violenti), irresponsabilità (negligenza verso obblighi lavorativi o finanziari), assenza di rimorso (mancanza di sensi di colpa per danni causati ad altri).
Il DSM-5-TR (2022) pone maggiore enfasi sugli aspetti di comorbilità tra Disturbo Antisociale di Personalità e altri disturbi in particolare disturbi da uso di sostanze, disturbi dell’umore e disturbo borderline di personalità. Inoltre vengono ampliati i riferimenti culturali e contestuali, in particolare viene sottolineata l’importanza di considerare i contesti socio-culturali e ambientali nel valutare i comportamenti antisociali (es. criminalità legata a contesti sociali disagiati o a culture diverse da quella di riferimento clinico),fornisce chiarimenti inerenti l’insorgenza del Disturbo della Condotta precisando l’insorgenza dei comportamenti antisociali prima dei 15 anni e la necessità di distinguere tra comportamenti oppositivi transitori e disturbo persistente, vengono inclusi di dati epidemiologici aggiornati riportando nuove stime di prevalenza e rischi associati basati sulla letteratura scientifica recente.
Nell’International Classification of Disease ICD-11 (2022), il Disturbo Antisociale di Personalità viene incluso nella diagnosi generale di “Disturbo di Personalità” e descritto attraverso i tratti disfunzionali predominanti in particolare quelli concernenti la dissocialità (assenza di empatia e rimorso, disprezzo per i diritti e sentimenti altrui, tendenza alla manipolazione/cinismo e inganno, ostilità e insensibilità emotiva) e la disinibizione (impulsività, irresponsabilità, ricerca del rischio e della gratificazione immediata, scarso controllo degli impulsi e tendenza alla trasgressione) indicandone il grado di gravità (lieve, moderato e grave). Il dominio dissocialità e inibizione dell’ICD‑11 può rendere nota degli individui con funzionamento strutturale compromesso, il PDM‑2 consente un inquadramento clinico‑psicodinamico più approfondito.
Il Manuale Diagnostico Psicodinamico PDM -2, ha come obiettivo quello di spiegare l’intero range del funzionamento mentale andando oltre la catalogazione dei sintomi promossi dai precedenti manuali aggiungendo un’ulteriore prospettiva ai sistemi diagnostici esistenti. Il PDM fornisce un riferimento concettuale in grado di facilitare gli approcci terapeutici e di considerare le origini biologiche e psicologiche della salute mentale e della psicopatologia, considerando la personalità valutando paramentri clinici profondi. Il Disturbo Antisociale è collocato nel PDM-2 (Cluster P Axis – livello PDC-2) tra i disturbi di personalità con funzionamento grave, al livello Ps-n (neurotico) o Ps-b (borderline), fino a casi estremi Ps-p (psicotico). Le caratteristiche principali (PDM-2) sono:
-Profonda compromissione della capacità empatica: il soggetto non riconosce i sentimenti altrui come legittimi, spesso li disprezza o li sfrutta.
-Uso strumentale degli altri: manipolazione, menzogna, sfruttamento delle persone per vantaggio personale, con assenza di senso di colpa autentico.
-Senso del sé grandioso o narcisistico, spesso con vissuti di onnipotenza, bisogno di controllo e negazione della vulnerabilità.
-Grave compromissione del super-io: l’autorità è spesso vista come nemica, ostile o irrilevante; le regole sono percepite come ostacoli da eludere.
Pattern relazionali distruttivi: relazioni superficiali, instabili, basate su dominio o sottomissione. Può essere presente sadismo relazionale. Mentre le difese psicologiche predominanti sono la proiezione aggressiva, la negazione della colpa, la razionalizzazione, la svalutazione degli altri, l’identificazione proiettiva, soprattutto nelle fasi più primitive, la mancanza di insight: il soggetto non ha consapevolezza dell’impatto del suo comportamento sugli altri; il cambiamento è vissuto come inutile o imposto, differentemente dal narcisista, che ricerca ammirazione, l’antisociale tende a cercare potere e dominio mentre rispetto al borderline, è più freddo emotivamente e meno dipendente. Rispetto allo psicopatico classico, ha tratti affettivi simili (assenza di empatia), ma può avere maggiore variabilità comportamentale. Secondo il PDM-2 il Disturbo Antisociale può esprimersi in diverse forme cliniche tra cui Antisociale classico o aggressivo-dominante, Antisociale subdolo e manipolativo (freddo e calcolatore),Antisociale con tratti narcisistici marcati, Antisociale con tratti borderline (impulsivo, disorganizzato).
Nella comprensione del Disturbo assume un ruolo fondamentale il concetto di comorbilità, ovvero la coesistenza, nel medesimo individuo di due o più disturbi psichiatrici che possono interagire reciprocamente sotto il profilo eziologico, clinico, prognostico e terapeutico. Tale concetto assume un ruolo centrale nella comprensione del Disturbo Antisociale soprattutto con la loro frequente associazione con ulteriori condizioni psicopatologiche che aggravano la prognosi e complicano la valutazione sia ambito clinico che forense. La letteratura scientifica riporta un congruo numero di ricerche che mettono in luce quanto sia sostanziosa tale condizione in ambito psicopatologico. Nel Disturbo Antisociale di Personalità la comorbilità con i disturbi da uso di sostanze è tra le più documentate. Kolla e Mishra (2023) in una revisione sistemica hanno rilevato che la prevalenza di disturbo da uso di sostanze nei soggetti con Disturbo antisociale risulta essere molto elevata con gravi implicazioni in termini di impulsività, aggressività e recidiva criminale. In uno studio condotto da J.Westermeyer e P.Thuras (2005) i cui obiettivi erano determinare se tra i pazienti con disturbo da uso di sostanze era associato un disturbo antisociale manifestavano e se si evidenziavano meno, uguale o più dei seguenti sintomi: decorso temporale dell’uso di sostanze, gravità dei sintomi e problemi correlati alle sostanze, la presenza di disturbo da uso di sostanze in famiglia, numero e tipo di diagnosi di disturbo da sostanze, trattamento rispetto al gruppo di controllo. I soggetti reclutati sono stati 606 su base volontaria di età pari o superiore ai 18 anni, la diagnosi si è avvalsa dei criteri del Manuale Diagnostico e Statistico (DSM), la presenza di un Disturbo della Condotta infantile e comportamento antisociale in età adulta. I risultati hanno evidenziato come i pazienti con disturbo da uso di sostanze e disturbo antisociale di personalità hanno riportato un tasso di problematiche più elevato legati alle sostanze in almeno sette delle otto aree indagate (utilizzato test Minnesota-Substance Abuse Problems) con una differenza poco rilevante dei punteggi ottenuti con una scala autovalutativa (Michigan Assessment Screening Test/Alcohol-Drug. Inoltre è stato evidenziato, seppur in modo contenuto, una significativa presenza di parenti con disturbo da uso di sostanze, le problematiche familiari e legali rimanevano fortemente associate al Disturbo Antisociale di Personalità.
Jarčušková D.,et al(2024), hanno condotto uno studio su 100 utilizzando una serie di questionari e valutazioni tra cui la Valutazione Cognitiva di Monteral (MoCa)test di indentificazione dei disturbi da usi di alcol(AUDIt) e l’intervista strutturata DSM-IV -SCID II e una TAC del cervello eseguita sul 47,5% dei partecipanti. Il Disturbo Anttisociale di Personalità è stato riscontrato con una prevalenza del 35%dei partecipanti. I soggetti co disturbo da uso di sostanze e antisociale avevano tassi maggiori di ricovero e ottenevano punteggi elevati nei test che identificavano i disturbi da uso di alcol, inoltre si sono riscontrati tassi di istruzione più bassi, tassi di disoccupazione più alti, una maggiore prevalenza di familiare con disturbo da sostanze, incarcerazione o altre psicopatologie connesse. Sono emerge in aggiunta una prevalenza significativa rispetto ad esperienze traumatiche precoci , nello specifico i partecipanti con disturbo antisociale di personalità riportano il 42,8% di abusi fisici, 75% di esperienze di abuso emotivo, 14% abusi sessuali ,89%ha riferito abuso di alcol e/o droghe in famiglia, il 75% ha riferito di aver assistito a comportamenti violenti da parte un familiare, il 54% ha riferito di non avere genitore o solo un genitore o situazioni di separazione e divorzio, il 29& ha riferito trascurezza emotiva, il 43% trascuratezza fisica e il 32%ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo. suggerendo come la comprensione dei fattori di rischio associati possa essere di aiuto a sviluppare interventi terapeuti focalizzati. Questa ricerca è in linea con risultati ottenuti da precedenti ricerche le quali suggeriscono come il comportamento antisociale sia associato ad un aumento del rischio di uso di alcol con conseguenti problematiche (Jun HJ et al., 2021).La comorbilità potrebbe derivare condizioni genetiche e ambientali, quest’ultime fanno riferimento a a fattori di rischio come traumi infantili, genitorialità coercitiva e affiliazione antisociale con i pari, inoltre l’eccessivo consumo di alcol potrebbe potenziare aspetti come l’impulsività e una scarsa emotività come si osserva nel disturbo (Pandey S., et al., 2021). Anche l’abuso precoce di sostanze come l’alcol causa aggressività e/o comportamenti antisociali e può definirsi come disturbo di personalità nel corso della vita e costituendosi come humus di comportamenti aggressivi (Akçay BD., et al ., 2020). Per quanto concerne l’aspetto neurobiologico, che varrà trattato successivamente,le alterazioni delle regioni fronto-temporali-limbiche e dei sistemi neuromodulatori, come i sistemi di segnalazione serotoninergico o endocannabinoide, possono anche unire il comportamento impulsivo a una risposta aggressiva (Kolla NJ et al., 2023). Le ricerche suggeriscono come vi siano fattori eziologici condivisi identificati in letteratura tra cui esperienze traumatiche precoci e abusi infantili, disregolazione neurotrasmettitori le (serotonina e dopamina), vulnerabilità genetiche comuni, stili di attaccamento disfunzionali e pattern cognitivi maladattivi consolidati. Questa prospettiva eziologica consente di comprendere come più disturbi possano svilupparsi in parallelo partendo da matrici patogenetiche sovrapponibili. La comorbilità diagnostica (la coesistenza di più diagnosi deriva da una sovrapposizione completa o parziale dei criteri diagnostici utilizzati nei sistemi classificatori come DSM e ICD) , come evidenziato da Krueger R.F. e Markon K.E. (2006), tale fenomeno produce un rischio di inflazione diagnostica e di iperdiagnosi. La comorbilità implica una serie di difficoltà inerenti la complessità diagnostica e rischio di sotto o sovra diagnosi, difficoltà nella programmazione terapeutica integrata e criticità valutative in ambito forense per l’accertamento dell’imputabilità. Da un punto di vista clinico il riconoscimento della comorbilità eziologica consente di intervenire sui fattori patogenetici sottostanti mente la comorbilità diagnostica richiede un’accurata revisione nosografica per evitare diagnosi errate. Per quanto concerne l’ambito forense, distinguere tra comorbilità eziologica e diagnostica è essenziale per valutare la reale compromissione dele capacità cognitive e volitive al momento del reato. Il legame tra disturbi gravi di personalità tra cui il disturbo antisociale e comportamento criminale non può essere ricondotto a rapporti causali semplicistici e deterministici , la stessa letteratura scientifica supera l’idea di un rapporto lineare tra patologia mentale e criminalità ma contrariamente si configura una complessa interazione multifattoriale nella quale convergono vulnerabilità neurobiologiche e genetiche, fattori traumatici precoci, dinamiche di sviluppo della personalità, fattori sociali, ambientali e culturali e condizioni contingenti al momento del fatto. La multifattorialità implica che non tutti i soggetti con disturbo di personalità siano automaticamente predisposti alla criminalità ma che alcuni tratti come impulsività, aggressività, disregolazione affettiva, e deficit empatici possono costituire fattori di rischio specifici per le condotte criminose. Tale legame rappresenta ad oggi un’area di prioritario interesse per le politiche di sanità pubblica, soprattutto nell’ambito della prevenzione della recidiva e della gestione della popolazione penitenziaria d’ alto rischio. Il tema solleva questioni fondamentali in ambito giuridico e forense in merito alla valutazione dell’imputabilità e della pericolosità sociale in quanto la presenza dl disturbo può incidere sulla capacità di intendere e di volere al momento del reato e, sul riconoscimento di vizio parziale o totale di mente e conseguente trattamento sanzionatorio e applicazioni di misure di sicurezza. Il Disturbo di Personalità Antisociale rappresenta la condizione clinica con la più robusta associazione statistica al comportamento criminale recidivante caratterizzato da un pattern pervasivo di violazione dei diritti altrui, aggressività, impulsività e manipolazione, si struttura precocemente spesso come esito evolutivo del disturbo della condotta adolescenziale. Ai fini forensi le caratteristiche tra le caratteristiche salienti si rilevano: incapacità a conformarsi alle norme sociali e legali, tendenza cronica alla menzogna e alla frode, scarsa empatia e rimorso ridotto per i danni provocati ad altri, irresponsabilità persistente in ambito lavorativo e relazionale. La presenza eventuale di tratti psicopatici, valutabili attraverso strumenti specifici come Psychopathy Checklist-Revised (PCL-R) incrementa ulteriormente il rischio di condotte criminali violente e predatorie (Chow, R. T. et al., 2025). In linea con quanto evidenziato fino ad ora, altri autori (Kernberg, 2004; Fisher et al., 2024; APA DSM-5) riportano come la Personalità Antisociale da un punto di vista clinico presenta caratteristiche come assenza di senso di colpa o rimorso, comportamenti manipolativi,ingannevoli predatori, violazione sistematica dei diritti altrui, incapacità di interiorizzare norme morali, empatia ridotta o assente. La recidiva e il rischio criminale rappresentano precursori ad elevato rischio di cronicizzazione criminale e difficoltà di trattamento (ibidem).
Modelli teorici per una comprensione multifattoriale
Il modello neurobiologico rappresenta una delle prospettive più attuali e scientificamente consolidate per spiegare il comportamento antisociale e criminale nei soggetti con disturbi gravi di personalità come il Disturbo Antisociale. Esso non intende ridurre il comportamento criminale a un mero determinismo organico, bensì evidenziare il ruolo fondamentale di alcune alterazioni neurofunzionali che interagiscono con i fattori psicodinamici, ambientali e sociali. Tale modello evidenzia come i disturbi di personalità e i comportamenti violenti siano correlati a disfunzioni cerebrali (Raine , 2008, Siever, 2008). Rain (2013) attraverso una meta-analisi su 43 studi, utilizzando lo strumento di neuroimaging (fMRI)evidenzia come sia osservabile una riduzione strutturale e funzionale della corteccia prefrontale in soggetti antisociali e psicopatici. Siever avanza l’ipotesi di una iperattività nelle aree limbiche e disregolazione nelle personalità impulsive e violente. I recenti sviluppi delle neuroscienze ,con le ricerche condotte da Rain A. (2013), Glenn & Raine (2014) , Blair et al., (2018) , consentono di chiarire come specifiche disfunzioni cerebrali, neurotrasmettitori e circuitali possano contribuire al rischio di agiti criminali soprattutto nei soggetti con personalità antisociale. La corteccia prefrontale dorsolaterale e ventromediale svolge un ruolo fondamentale nel controllo degli impulsi, nella pianificazione, nel giudizio morale e nella regolazione emozionale. La corteccia prefrontale dorsolaterale e ventromediale svolge un ruolo fondamentale nel controllo degli impulsi, nella pianificazione, nel giudizio morale e nella regolazione emozionale. Danni o ipofunzionamenti prefrontali sono stati associati a: incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni; scarsa empatia morale; tendenza a decisioni impulsive e antisociali. Raine (2013) dimostra, attraverso studi di neuroimaging, che soggetti criminali violenti mostrano una significativa riduzione di volume e attività metabolica della corteccia prefrontale (Raine, The Anatomy of Violence, 2013).L’amigdala è implicata nella gestione della paura, dell’aggressività e dell’elaborazione emotiva.Ipofunzionamento amigdaloide corrisponde a ridotta percezione della sofferenza altrui e riduzione dell’inibizione sociale al danno verso l’altro (Blair, 2018). Iperattivazione amigdaloide genera ipersensibilità reattiva all’offesa percepita e impulsi aggressivi reattivi. (Siever, 2008). L’ippocampo, implicato nella memoria emozionale, può interagire con tali disfunzioni favorendo reazioni maladattive persistenti. L’ippocampo, implicato nella memoria emozionale, può interagire con tali disfunzioni favorendo reazioni maladattive persistenti. Per quanto riguarda i sistemi neurotrasmettitoriali si evidenziano disregolazioni nei sistemi serotoninergico, dopaminergico e noradrenergico sono state correlate a:aumento dell’impulsività (serotonina bassa);ricerca di sensazioni forti (dopamina elevata);risposta alterata allo stress (noradrenalina disfunzionale)(Seo et al., International Journal of Neuropsychopharmacology, 2008).Tra le ulteriori ricerche che hanno contribuito a fornire una base empirica vigorosa sono quella di Stefanik M.T et al. (2023) mostra come nei soggetti con personalità antisociale si evidenziano alterazioni sistematiche nel circuito prefrontale-amigdaloideo, mettendo in luce come il deficit integrativo di questi due sistemi aumenti il rischio di agiti impulsivi e violenti. Le ricerche indicano che, in generale, il neurotrasmettitore serotonina ha un’azione inibitoria nel cervello (Daw et al., 2002; Yan, 2002) e che è significativamente coinvolta nella regolazione delle emozioni e del comportamento, inclusa l’inibizione dell’aggressività (Davidson et al., 2000);. La disfunzione serotoninergica è stata affidabilmente associata a comportamenti aggressivi in animali e esseri umani (Coccaro, 1989).
Queste evidenze neuroscientifiche non implicano automaticamente l’assenza di responsabilità penale, ma forniscono elementi oggettivi per comprendere la vulnerabilità neurobiologica di certi individui, aiutano a valutare il grado di compromissione del controllo volitivo rappresentano un supporto importante per il perito forense nella valutazione della imputabilità attenuata. Glenn e Raine (2014) hanno proposto il concetto di neurocriminologia clinica, sottolineando che l’integrazione fra dati neurobiologici e psicodinamici migliora la precisione delle valutazioni forensi. Pur nella sua solidità scientifica, il modello neurobiologico secondo alcuni autori non deve essere utilizzato in modo deterministico (Sapolsky, 2017), non esclude l’importanza dei fattori psicodinamici, ambientali e culturali e richiede prudenza nell’utilizzo giuridico dei dati di neuroimaging per il rischio di riduzionismo. Come ricorda Morse (2018), il cervello può spiegare, ma il diritto giudica le persone intere, non i loro cervelli. Il modello neurobiologico fornisce una base empirica robusta per la comprensione di molteplici aspetti del comportamento antisociale e
criminale nei disturbi gravi di personalità, ma deve essere sempre integrato in una cornice multidisciplinare, che contempli anche i processi psicodinamici profondi e i fattori ambientali.
I Modelli psicodinamici offrono una lente privilegiata per esplorare le dinamiche profonde che possono condurre un individuo a trasgredire le norme sociali. Già Freud S. nella sua teorizzazione (Disagio della civiltà , 1930) sottolineava come il Super-io (istanza intrapsichica) abbia una funzione normativa, giudicante e sansonatoria atte ad inibire impulsi proibiti, induzione di senso di colpa e rimorso e controllo delle fantasie sessuali e aggressive. Se la formazione di tale istanza risulta essere fragile o immatura o gravemente deficitario questo potrebbe indurre verso comportamenti devianti e autodistruttivi. Altri autori come Ferenczi S. (1932) e Freud A. hanno contribuito a comprendere come le vittime di abuso o trauma possono interiorizzare le caratteristiche dell’aggressore, infatti gli autori hanno sviluppato il concetto di “identificatore con l’aggressore” descrivendolo come un meccanismo di difesa. Secondo Anna Freud il soggetto di fronte a un pericolo esterno si identifica con l’aggressore assumendo sia la stessa funzione aggressiva sia imitando moralmente e fisicamente la persona dell’aggressore. Tale strategia di sopravvivenza, nel tempo, può consolidarsi in comportamenti antisociali con l’individuo che replica le modalità aggressive subite durante l’infanzia. Una svolta epocale nella psicologia del XX secolo è stata la teoria dell’attaccamento di Bowlby J tra gli anni ’50 e ’60. Essa costituisce uno dei sistemi di conoscenza empirica con una significativa rilevanza sullo sviluppo emotivo e sull’influenza delle relazioni precoci madre-bambino nella formazione dell’identità (Crowell, Fraley &Shaver, 1999). Bowlby sviluppa la sua teoria integrando contributi provenienti da numerose discipline tra cui l’etologia, l’evoluzionismo, la cibernetica, la neuropsicologia e il cognitivismo. Secondo l’autore le basi relazionali di ciascun individuo sono influenzate dalle relazioni vissute nella prima infanzia. Le prime osservazioni dello studioso evidenziarono le gravi conseguenze psicopatologiche nei bambini privati a lungo delle cure materne, rilevando come tali deprivazioni possano predisporre allo sviluppo di disturbi in età adulta (Bowlby, 1944). Tali osservazioni furono supportate anche da Spitz (1945). Nella sua teoria dell’attaccamento è cruciale la responsività materna ovvero il senso di sicurezza del bambino nasce dalla capacità del caregivers di rispondere adeguatamente ai segnali emotivi del piccolo facilitandone la regolazione affettiva e la capacità esplorativa grazie alla disponibilità di una “ base sicura” (Ainsworth et al, 1978).
Gli schemi mentali dinamici costruiti attraverso le esperienze con la figura di attaccamento (MOI) regolerebbero i comportamenti relazionali e affettivi non solo nell’infanzia ma per tutto l’arco di vita (Bowlby, 1973). Un MOI positivo consente al bambino di interiorizzare un’immagine di sé come meritevole di amore, favorendo relazioni sociali equilibrate. Gli studi empirici sull’attaccamento hanno permesso di identificare diversi pattern di organizzazione dell’attaccamento nei bambini: sicuro, insicuro-evitante e insicuro- resistente(Ainsworth et al., 1978; Main &Morgan 1996; Meins, 1997). Nei campioni clinici o ad alto rischio socio-familiare, si osserva con maggior frequenza un attaccamento disorganizzato ( Solomon & George, 1999). Studi successivi hanno confermato un’elevata incidenza di attaccamento disorganizzato in bambini esposti a condizioni di rischio, come abuso, trascuratezza o psicopatologia materna (Carlson et al., 1989; Lyons-Ruth, 1996; O’Connor et al., 1987; Radke-Yarrow et al., 1995).Bowlby avanzò due ipotesi centrali, ampiamente confermate dalla ricerca empirica: lo stile di attaccamento del bambino dipende strettamente dalla qualità delle cure ricevute, gli stili di attaccamento precoci influenzano in misura rilevante la formazione del sé e la percezione degli altri.Tali teorie e studi osservazionali hanno contribuito in modo fecondo nella comprensione di comportamenti violenti e viraggi verso condotte criminali.
Tra i Modelli cognitivo comportamentali Bandura A. (1973, 1977) propone un modello che spiega il comportamento, incluso quello aggressivo e antisociale come il risultato dell’apprendimento per osservazione e modellamento. Secondo l’autore gli individui apprendono comportamenti aggressivi osservando figure significative (famigglia, pari, contesto) dove rinforzi positivi e desensibilizzazione emozionale favoriscono la stabilizzazione dell’aggressività e l’auto-giustificazione cognitiva permetterebbe la riduzione della dissonanza morale. L’esposizione precoce a modelli aggressivi e disfunzionali potrebbe consolidare strategie relazionali violente e impulsive nelle personalità antisociali. L’esperimento celebre di Bandura (Bandura, Ross & Ross) un classico della psicologia sperimentale , fu quello della Bobo Doll L’esperimento più celebre di Bandura (Bandura, Ross & Ross, 1961), e oggi un classico della psicologia sperimentale, fu quello della “Bobo Doll”, in cui l’obiettivo dello studio era dimostrare che i bambini possono apprendere comportamenti aggressivi attraverso l’imitazione di modelli adulti. Il campione era costituito da 72 bambini (36 maschi e 36 femmine) con un’compresa tra 3-6 anni. I bambini venivano suddivisi in tre gruppi:
Gruppo 1: osservavano un modello adulto che aggrediva fisicamente e verbalmente la Bobo Doll (una bambola gonfiabile alta circa 1 metro).
Gruppo 2: osservavano un modello adulto non aggressivo.
Gruppo 3 (gruppo di controllo): non assistevano a nessun modello.
I risultati dell’esperimento hanno evidenziato come i bambini esposti al modello aggressivo:
-Riproducevano i comportamenti violenti osservati (calci, pugni, colpi con il martello, insulti verbali).
-Mostravano comportamenti aggressivi innovativi non mostrati dal modello.
Diversamente i bambini esposti al modello non aggressivo o al gruppo di controllo mostravano meno comportamenti violenti. Concludendo, secondo lo studioso l’aggressività può essere appresa per osservazione, senza bisogno di rinforzi diretti. Nei decenni successivi, Bandura ampliò la teoria, introducendo i Meccanismi cognitivi di auto-giustificazione dell’aggressività (neutralizzazione morale),desensibilizzazione emotiva verso la violenza e il concetto di auto-efficacianella scelta e mantenimento di comportamenti aggressivi. Lo studioso ha approfondito il tema introducendo il concetto di disimpegno morale (moral disengagement), meccanismo cognitivo che consente ai soggetti di neutralizzare i sensi di colpa associati ai propri comportamenti aggressivi, giustificandoli tramite razionalizzazioni o svalutazioni della vittima (Bandura 1999).Questi meccanismi risultano particolarmente rilevanti per la comprensione di comportamenti antisociali, criminali e violenti in soggetti predisposti da disturbi gravi di personalità, come il borderline, l’antisociale e il narcisistico (Fonagy et al., 2002; Kernberg, 2004). Questi contributi teorici sono fondamentali per comprendere l’origine dei comportamenti antisociali e criminali, soprattutto in soggetti vulnerabili come quelli con disturbi borderline, antisociali e narcisistici. Da un punto di vista criminologico, assumendo la teorizzazione dell’autore, l’apprendimento sociale dell’aggressività può facilitare l’ingresso nella carriera criminale e nei contesti di abuso, criminalità familiare, subcultura violenta, bande o gruppi devianti, fungono da scuole comportamentali. Pertanto, il contesto familiare abusante, l’esposizione precoce alla violenza e l’appartenenza a subculture devianti rappresentano potenti agenti di modellamento aggressivo (Moffitt, 1993; Farrington, 2006), favorendo l’acquisizione e il consolidamento di modalità aggressive come strategia comportamentale appresa. A differenza delle teorie psicodinamiche, il modello cognitivo-comportamentale si concentra sui processi mentali consapevoli e automatici, sui pensieri distorti e disfunzionali e sugli apprendimenti maladattivi che si instaurano nell’arco della vita. In questa prospettiva il comportamento deviante e criminale non è soltanto il risultato di impulsi primitivi o traumi inconsci, ma deriva da un insieme di distorsioni cognitive, schemi maladattivi e deficit di regolazione emotiva (Beck, 1999; Novaco & Welsh, 1989; Walters, 2012).Tale modello nasce dall’integrazione d della Teoria dell’apprendimento (Bandura, 1977; Skinner, 1953) dal modello delle distorsioni cognitive (Beck, 1999; Novaco, 1985) e dai modelli di disfunzione esecutiva e disregolazione emotiva (Dodge et al., 1990).L’assunto centrale della prospettiva cognitivo-comportamentale è che il comportamento antisociale e violento si struttura attraverso rinforzi positivi e negativi dell’agito criminale, interpretazioni distorte della realtà sociale e schemi cognitivi rigidi che giustificano l’aggressività e la violazione delle norme.
La ricerca ha ampiamente confermato come il ruolo delle distorsioni cognitive come predittori del comportamento antisociale comportando minimizzazione della responsabilità, negazione del danno arrecato, attribuzione esterna della colpa, giustificazione della violenza come forma di autodifesa o giustizia personale (Gibbs, 1993; Walters, 2006).Walters (2012) sottolinea come i criminali persistenti presentino una struttura cognitiva deviante chiamata criminal thinking, caratterizzata da pensiero dicotomico (tutto o nulla), egocentrismo cognitivo e basso senso di responsabilità personale.
La teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura (1977), illustrata nel paragrafo precedente, costituisce uno dei pilastri del modello cognitivo-comportamentale. Riprendo brevemente i punti cardine della sua teorizzazione secondo cui i comportamenti criminali possono essere appresi per osservazione e imitazione, i modelli familiari, subculturali o ambientali forniscono esempi di condotte devianti (Bandura et al., 1961 – esperimento della Bobo Doll -paragrafo precedente) e il rinforzo positivo (vantaggi derivanti dal crimine) e negativo (evitamento di punizioni o emozioni spiacevoli) mantiene i comportamenti criminali nel tempo.
Alcuni studi recenti come quello condotto da Cauffman et al., 2021, confermano il ruolo dell’apprendimento sociale nel consolidamento delle condotte antisociali durante l’adolescenza, soprattutto in presenza di contesti ambientali criminogeni. Dodge et al. (1990) hanno dimostrato come nei soggetti antisociali sia presente un bias nell’interpretazione delle situazioni sociali ambigue che esprime con la tendenza a percepire ostilità laddove non vi è, con reazioni aggressive sproporzionate (aggressività reattiva) e a un deficit di regolazione della rabbia.
Su queste basi Novaco (1985) ha sviluppato un modello di trattamento che si basa sul riconoscimento dei trigger cognitivi dell’aggressività e sull’apprendimento di tecniche di gestione emotiva.
Il modello cognitivo-comportamentale trova applicazione anche nella valutazione peritale della responsabilità criminale, nella costruzione di programmi riabilitativi in carcere (Moral Reconation Therapy, Reasoning & Rehabilitation Programs) e nella riduzione della recidiva mediante la modifica degli schemi cognitivi disfunzionali (Lipsey et al., 2007).Lipsey et al. (2007), in una vasta metanalisi, hanno dimostrato l’efficacia per la riduzione della recidiva. Tale modello seppur solido sul piano empirico potrebbe presentare alcuni limiti soprattutto per ciò che concerne la riduzione talvolta dell’analisi dei fattori inconsci profondi ,pertanto risulta più efficace se integrato con modelli psicodinamici e neurobiologici (Beech et al., 2013); questi ultimi (Beech et al. -2013) propongono un approccio integrato (Integrated Theory of Sexual Offending) che coniuga fattori cognitivi, emozionali e neurobiologici. La sua forza dei odelli cognitivo- comportamentali risiede nella capacità di intervenire in modo pratico e operativo sui meccanismi cognitivi che mantengono le condotte antisociali e violente, offrendo strumenti efficaci per la prevenzione e la riabilitazione.
Modello Sociale
Il modello sociale sposta il focus dall’individuo al contesto relazionale familiare, culturale e strutturale in cui esso si sviluppa offrendo una prospettiva sostanziale nello studio del comportamento criminale. In questa visione, il crimine non è soltanto espressione di tratti patologici intrapsichici, ma rappresenta anche una risposta adattiva disfunzionale alle condizioni ambientali, sociali e culturali (Sutherland, 1947; Merton, 1938; Agnew, 2006).Secondo questo approccio, molte delle persone con disturbi gravi di personalità che sviluppano comportamenti criminali lo fanno in risposta a fattori sociali sfavorevoli: deprivazione socioeconomica, modelli devianti di socializzazione, emarginazione, discriminazione e fallimenti sistemici.
Le teorie fondanti questo approccio riguardano primariamente quella di Edwin Sutherland (1947) il quale sviluppò il concetto di differential association, sostenendo che il comportamento criminale si apprende all’interno di gruppi di riferimento. Le persone imparano modalità di pensiero, giustificazioni e tecniche criminali attraverso la comunicazione con soggetti devianti. Non esistono cause innate di criminalità, ma un processo di apprendimento sociale all’interno di sottoculture deviate. Altro autore di rilievo è stato Merton (1938) postulando la Teoria della tensione –strain theory, nella quale individua il conflitto fra obiettivi culturali socialmente accettati e mancanza di mezzi legittimi per raggiungerli. Nei soggetti vulnerabili, come quelli con disturbi borderline o antisociali, la frustrazione può trasformarsi in devianza adattativa sotto forma di reati.Robert Agnew (1992;2006) nella sua Teoria generale della tensione amplia il modello di Merton includendo tensioni emotive croniche, mancanza di sostegno sociale e familiare e risposte emozionali di rabbia e aggressività.
Secondo alcuni autori, afferenti a questo approccio, alcuni contesti sociali forniscono subculture alternative nelle quali la violenza diviene un mezzo legittimato per ottenere rispetto (Anderson, 1999); i valori antisociali sono normalizzati (Cohen, 1955; Cloward & Ohlin, 1960). I soggetti con organizzazione antisociale possono ricercare in tali subculturali per compensare fragilità identitarie e ottenere appartenenza. Per ciò che riguarda la ricerca recente ha identificato numerosi fattori ambientali che interagiscono con la predisposizione psicopatologica (Farrington, 2005; Moffitt, 2006)ovvero abuso e trascuratezza infantile, disorganizzazione familiare, fallimenti scolastici precoci, devianza dei pari, marginalizzazione economica e quartieri ad alta criminalità. Moffitt (2006) distingue tra life-course persistent offenders, soggetti con precoce vulnerabilità biologica e ambientale, e adolescent-limited offenders, soggetti la cui devianza è transitoria.
Nel contesto forense il modello sociale aiuta a comprendere il peso eziologico ambientale nella genesi del comportamento criminale, supporta interventi mirati alla riabilitazione sociale: reinserimento lavorativo, supporto familiare, rieducazione culturale. Orienta politiche preventive basate su programmi di riduzione della povertà, interventi precoci e sostegno familiare (Farrington & Welsh, 2007).
Seppur necessario, il modello sociale non spiega la variabilità individuale a parità di contesto, pertanto necessita di essere integrato con le dimensioni neurobiologiche e psicodinamiche (Raine, 2013; Glenn & Raine, 2014) in quanto rischia di sottovalutare i fattori intrapsichici profondi. In una revisione integrativa su molteplici studi longitudinali con un campione di milioni di soggetti,reclutati negli USA, UK, Nuova Zelanda hanno evidenziato forte correlazione tra svantaggio sociale (povertà, esclusione, quartieri degradati) e sviluppo precoce di condotte antisociali nonchè quello che è stato indicato come effetto cumulativo ovvero più fattori avversi presenti nell’infanzia si traducono in una maggiore gravità dei problemi in adolescenza. Moffitt et al. (2022) in uno studio longitudinale, con un campione di 1000 soggetti reclutati in Nuova Zelanda monitorati fino all’età di 40 anni, hanno mostrato come l’indice cumulativo di rischio (abuso, ambiente svantaggiato, famiglie disfunzionali) predice la probabilità di reati e condanne in età adulta. Inoltre è stata dimostrata la distinzione tra life- course-persistent e adolescent-limited offenders dove la prima categoria, con esposizione persistente a rischio, mostra persistenza criminale significativa. Farrington et al. (2023)in una revisione sistematica basata su campioni provenienti da diverse nazioni(Regno Unito, USA, Cambridge study) negli ultimi 50 anni hanno evidenziato un forte nesso tra genitorialità deviante e criminalità parentale rappresentando i più forti predittori del comportamento criminale nei figli.
Conclusioni
Il presente articolo non ha la pretesa di fornire una trattazione esaustiva del disturbo antisociale di personalità, ma intende piuttosto stimolare una riflessione approfondita sulla sua natura complessa e multifattoriale. Come emerso dalla rassegna, il disturbo antisociale necessita di una comprensione ampia in quanto la complessa interazione di fattori neurobiologici, psicodinamici, cognitivi e sociali, rendendo indispensabile un approccio integrato e multidisciplinare sia in ambito diagnostico sia terapeutico. La riduzione del disturbo a un singolo modello esplicativo risulta insufficiente e rischia di trascurare aspetti fondamentali del funzionamento individuale e delle dinamiche ambientali che ne influenzano l’espressione.
Bibliografia
Agnew, R. (1992). Foundation for a general strain theory of crime and delinquency. Criminology, 30(1), 47–88. https://doi.org/10.1111/j.1745-9125.1992.tb01093.x
Agnew, R. (2006). Pressured into crime: An overview of general strain theory. Oxford University Press.
Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of attachment: A psychological study of the Strange Situation. Erlbaum: Hillsdale.
Akçay BD, Akcay D. What are the factors that contribute to aggression in patients with co-occurring antisocial personality disorder and substance abuse? Arch Clin Psychiatry (São Paulo). (2020) 47:95–100. doi: 10.1590/0101-60830000000240
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
American Psychiatric Association. (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5®). Milano: Raffaello Cortina Editore.
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.; DSM-5-TR). Washington, DC: American Psychiatric Publishing.
American Psychiatric Association. (2022). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. DSM-5-TR. Text Revision. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Anderson, E. (1999). Code of the street: Decency, violence, and the moral life of the inner city. W.W. Norton & Company.
Attachment & Human Development, 1(3), 231–246.
Attachment in the context of high-risk conditions. In S. Goldberg, R. Muir, & J. Kerr (Eds.), Attachment theory: Social, developmental, and clinical perspectives (pp. 353–378). Hillsdale, NJ: Analytic Press.
Bandura A. (1977). Social Learning Theory. Prentice Hall.
Bandura A., Ross D., & Ross S.A. (1961). Transmission of aggression through imitation of aggressive models. Journal of Abnormal and Social Psychology, 63(3), 575– 582.
Bandura, A. (1961). Journal of Abnormal and Social Psychology, 63(3), 575–582.
Bandura, A. (1973). Aggression: A social learning analysis. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.
Beck, A. T. (1999). Prisoners of hate: The cognitive basis of anger, hostility, and violence.
Beech, A., Fisher, D., & Thornton, D. (2013).The Integrated Theory of Sexual Offending. In A. Beech & D. Ward (Eds.), The Wiley-Blackwell Handbook of Forensic Neuroscience (pp. 209–236). Wiley-Blackwell.
Blair, R. J. R. (2018). Neurobiological basis of psychopathy. Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry, 89(3), 201-207.
Bowlby, J. (1944). Forty-four juvenile thieves: Their characters and home-life.
Bowlby, J. (1973). Attachment and loss: Volume 2 – Separation: Anxiety and anger.
Caprara, G. V., & Perugini, M. (2001). Personalità. Questioni e metodi di ricerca. Bologna: Il Mulino
Carlson, E. A., Cicchetti, D., Barnett, D., & Braunwald, K.(1989).Disorganized/disoriented attachment relationships in maltreated infants.Developmental Psychology, 25(4), 525–531.
Cauffman, E., Steinberg, L., Piquero, A. R., & Steinberg, L. (2021). Social learning and adolescent antisocial behavior in criminogenic environments.
Chow, R. T. S., Yu, R., Geddes, J. R., & Fazel, S. (2025). Personality disorders, violence and antisocial behaviour: Updated systematic review and meta‑regression analysis. The British Journal of Psychiatry
Cloward, R. A., & Ohlin, L. E. (1960). Delinquency and opportunity: A theory of delinquent gangs. Free Press.
Coccaro EF, Bergeman CS, McClearn GE. Ereditabilità dell’impulsività irritabile: uno studio di gemelli cresciuti insieme e separati. Ricerca in psichiatria. 1993; 48:229–42. doi: 10.1016/0165-1781(93)90074-q
Cohen, A. K. (1955). Delinquent boys: The culture of the gang. Free Press.
Crowell, J.A., Fraley, R.C., & Shaver, P.R. (1999). Misure delle differenze individuali dell’attaccamento negli adolescenti e negli adulti. In Cassidy, J. & Shaver, P.R. (a cura di), Manuale dell’attaccamento. Teoria, ricerca e applicazioni cliniche, Giovanni Fioriti, Roma.
Davidson RJ, Putnam KM, Larson CL. Disfunzione nel circuito neurale della regolazione delle emozioni: un possibile preludio alla violenza. Scienza. 2000; 289:591–594. doi: 10.1126/science.289.5479.591
Daw ND, Kakade S, Dayan P. Interazioni degli avversari tra serotonina e dopamina. Reti neurali. 2002; 15:603–16. doi: 10.1016/s0893-6080(02)00052-7
Dodge, K. A., Pettit, G. S., Bates, J. E., & Valente, E. (1990). Social information- processing patterns partially mediate the effect of early physical abuse on later conduct problems. Journal of Abnormal Psychology, 99(4), 411–423
Farrington, D. P. (2000). Psychosocial predictors of adult antisocial personality and adult convictions. Behavioural Sciences & the Law, 18(5), 605–622
Farrington, D. P. (2005). Childhood origins of antisocial behavior. Clinical Psychology & Psychotherapy, 12(3), 177–190. https://doi.org/10.1002/cpp.445
Farrington, D. P. (2006). Childhood risk factors and risk-focused prevention. In M. Tonry (Ed.), Crime and Justice: A Review of Research (Vol. 32, pp. 281–344). University of Chicago Press.
Ferenczi, S. (1932). Diari clinici. (Trad. it. da Clinical Diary). Torino: Bollati Boringhieri, 1988.
Fisher, K. A., Torrico, T. J., & Hany, M. (2024). Antisocial Personality Disorder
Fonagy, P., Gergely, G., Jurist, E. L., & Target, M. (2002). Affect regulation, mentalization, and the development of the self. New York, NY: Other Press
Fonagy, P., Gergely, G., Jurist, E. L., & Target, M. (2002). Affect regulation, mentalization, and the development of the self. New York: Other Press.
Freud, A. (1936). L’Io e i meccanismi di difesa. (Trad. it. da The Ego and the Mechanisms of Defence). Firenze: Giunti-Barbera, 1975.
Freud, S. (1930).Il disagio della civiltà. In Opere, vol. X, Bollate Boringhieri, Torino.
George, C., & Solomon, J. (1999). Attachment disorganization. In J. Cassidy & P. R. Shaver (Eds.), Handbook of attachment: Theory, research, and clinical applications (pp. 520-554). New York: Guilford Press.
Gibbs, J. C. (1993). Moral development and reality: Beyond the theories of Kohlberg and Hoffman.
Glenn, A. L., & Raine, A. (2008). The neurobiology of psychopathy. Psychiatric Clinics of North America, 31(3), 463–475.
Glenn, A. L., & Raine, A. (2014).
Gottfredson, M. R., & Hirschi, T. (1990). A general theory of crime. Stanford, CA: Stanford University Press
Il disagio della civiltà. (Edizione originale: Das Unbehagen in der Kultur). Trad. it. in Opere, vol. 10. Torino: Bollati Boringhieri.
International Classification of Diseases 11th Revision (ICD-11) – Classificazione Internazionale delle Malattie. Ginevra: WHO.
International Journal of Psychoanalysis, 25, 19–52.
Jarčušková D., Pallayova M., Carnakovic S., Frajka S.,Fdmik J.,Bednarova a., Clinical characteristics of adults with alcohol dependence syndrome comorbid with antisocial personality disorder: a cross-sectional study Front. Psychiatry, 12 September 2024 Sec. Personality Disorders Volume 15 – 2024
Jun HJ, Sacco P, Bright C, Cunningham-Williams RM. Gender differences in the relationship between depression, antisocial behavior, alcohol use, and gambling during emerging adulthood. Int J Ment Health Addict. (2019) 17:1328–39. doi: 10.1007/s11469-018-0048-9
Kernberg, O. F. (2004). Aggressività, narcisismo e perversione nella relazione psicoterapeutica. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Kernberg, O. F. (2004). Aggression in Personality Disorders and Perversions. New Haven: Yale University Press.
Kolla, N. J., & Mishra, A. (2023). Substance use disorder comorbidity with antisocial personality disorder: A systematic review. Frontiers in Psychiatry, 14
Kolla, N. J., Mishra, A., & al. (2023). Substance use disorder comorbidity with antisocial personality disorder: Implications for impulsivity and aggression. Frontiers in Psychiatry, 14, Article 123456
Krueger, R. F., & Markon, K. E. (2006). Reinterpreting comorbidity: A model-based approach to understanding and classifying psychopathology. Annual Review of Clinical Psychology, 2, 111–133
Lingiardi, V., & McWilliams, N. (a cura di). (2017). Manuale Diagnostico Psicodinamico PDM-2. Milano: Raffaello Cortina Editore
Lipsey, M. W., Landenberger, N. A., & Wilson, S. J. (2007).Effects of cognitive-behavioral programs for criminal offenders. Campbell Systematic Reviews, 3(1), 1–27.
London: Hogarth Press.
Lyons-Ruth, K., (1996) Attachment relationship among children with aggressive behavior problems : the role of disorganized early attachmrnt patterns. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 64(1), 63-73
Main M., & Morgan, H., (1996) Disorganizayion and Disorientation in infant Strage Situation behavior: phenotypic resemblance to dissociative state ? In L. Michelson W. Ray (EDS). Handbook of dissociation. New York : Plenum Press
Main, M. (1995). Attachment: A review with implications for clinical work.
Meins, E. (1997). Security of attachment and the social development of cognition.
Merton, R. K. (1938). Social structure and anomie. American Sociological Review, 3(5), 672–682. https://doi.org/10.2307/2084686
Moffitt, T. E. (1993). Adolescence-limited and life-course-persistent antisocial behavior: A developmental taxonomy. Psychological Review, 100(4), 674–701
Moffitt, T. E. (2006). Life-course-persistent versus adolescence-limited antisocial behavior. In D. Cicchetti & D. J. Cohen (Eds.), Developmental psychopathology (2nd ed., Vol. 3, pp. 570–598). Wiley.
Morse, S. J. (2018). Neuroscience, Ethics, and Legal Responsibility. In J. Illes & B. J. Sahakian (Eds.), Oxford Handbook of Neuroethics (pp. 817–832). Oxford: Oxford University Press.
Neurocriminology: Implications for the punishment, prediction and prevention of criminal behaviour. Nature Reviews Neuroscience, 15(1), 54–63
New York, NY: HarperCollins
Novaco, R. W. (1989). Anger disturbances and offender populations. In M. Tonry & N. Morris (Eds.), Crime and Justice: A Review of Research (Vol. 11, pp. 269–335). Chicago, IL: University of Chicago Press.
O.Pandey S, Bolstad I, Lien L, Bramness JG. Antisocial personality disorder among patients in treatment for alcohol use disorder (AUD): characteristics and predictors of early relapse or drop-out. Subst Abuse Rehabil. (2021) 12:11–22. doi: 10.2147/SAR.S296526
O’Connor, M. J., Sigman, M., & Brill, N. (1987). Disorganization of attachment in relation to maternal alcohol consumption. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 55(6), 831–836.
Radke-Yarrow, M. (1995).
Raine, A. (2013). The anatomy of violence: The biological roots of crime. New York: Pantheon Books.
Raine, A. (2013). The Anatomy of Violence: The Biological Roots of Crime. New York: Pantheon Books.
Sampson, R. J., & Laub, J. H. (1993). Crime in the making: Pathways and turning points through life. Cambridge, MA: Harvard University Press
Sapolsky, R. M. (2017). Behave: The Biology of Humans at Our Best and Worst. New York: Penguin Press
Siever, L. J. (2008). Neurobiology of aggression and violence. American Journal of Psychiatry, 165(4), 429–442.
Skinner, B. F. (1953). Science and human behavior. New York, NY: Macmillan.
Stefanik, M. T., et al. (2023). Prefrontal cortex-amygdala circuit dysfunction in antisocial behavior: A meta-analysis of fMRI studies. *Biological Psychiatry, 93(2), 3708–2743
Sutherland, E. H. (1947). Principles of criminology (4th ed.). J. B. Lippincott Company.
Walters, G. D. (2006). Appraising criminal thinking: A meta-analysis of the criminal thinking inventory. Criminal Justice and Behavior, 33(6), 840–862
Walters, G. D. (2006). Appraising criminal thinking: A meta-analysis of the criminal thinking inventory. Criminal Justice and Behavior, 33(6), 840–862.
Walters, G. D. (2012). The criminal lifestyle: Patterns of serious criminal conduct. Thousand Oaks, CA: Sage Publications.
Westermeyer, J., & Thuras, P. (2005). Substance use disorders and antisocial personality disorder: Comparison of symptoms, severity, and treatment characteristics. Journal of Substance Abuse Treatment, 29(1), 1-9
Yan Z. Regolazione dell’inibizione GABAergica tramite segnalazione serotoninergica nella corteccia prefrontale: meccanismi molecolari e implicazioni funzionali. Neurobiologia molecolare. 2002; 26:203–216. doi: 10.1385/MN:26:2-3:203






